musicastoriamusiche

brescia 2020

6 - 20 - 27 aprile / 4 - 11 - 18 maggio


Storie di dèi, giganti, nani ed eroi

Storie d’amore e di potere
Storie di universi, catastrofi e rinascite 

Storie di motivi, e di motivi dei motivi 


Richard Wagner:

Der Ring des Nibelungen. Parte II

Siegfried

Il crepuscolo degli dèi (Götterdämmerung)

Il ragazzo che non conosce la paura. Il risveglio

Tutto si compie. La rigenerazione




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L’Anello del Nibelungo (Der Ring des Nibelungen)

Das Rheingold (L’Oro del Reno)

Il tempo dell’azione

Die Walküre (La Walkiria)

Siegfried

Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dèi)

I personaggi del Ring, non in ordine di apparizione

Erda. Wie

Wotan e Alberich

Padre e figlia

Brünnhilde e Siegfried

Tutti i personaggi del Ring, in ordine alfabetico

Miscellanea fantastica, in ordine alfabetico

Scansione temporale degli eventi rappresentati


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L’Anello del Nibelungo (Tetralogia)


Der Ring des Nibelungen, L’Anello del Nibelungo, è un vasto ciclo musico-drammatico articolato in quattro distinti lavori, che sviluppano un unico filo narrativo. Per la precisione:

Ein Bühnenfestspiel für drei Tage und einen Vorabend [Una saga scenica in tre Giornate e una Vigilia].

Vigilia (Prologo): Das Rheingold, L’Oro del Reno

Prima giornata: Die Walküre, La Walkiria

Seconda giornata: Siegfried

Terza giornata: Götterdämmerung, Il crepuscolo degli dèi

I testi poetici, come quelli di tutto il teatro wagneriano, sono opera di Wagner stesso.

Il lavoro al Ring impegnò Wagner per 28 anni: il ciclo fu infatti concepito nel 1848 e portato a termine nel 1876 (la partitura del Crepuscolo degli dèi fu ultimata nel 1874, ma il lavoro di Wagner in realtà non terminò che nel 1876, con la prima rappresentazione completa del Ring a Bayreuth)


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Vigilia. Das Rheingold (L’oro del Reno)


Scena I
In fondo al fiume Reno l’Oro giace, al riparo dalla cupidigia, che è fonte di conflitti. Lo custodiscono le tre Figlie del Reno, Woglinde, Wellgunde e Flosshilde, ondine giocose e danzanti. Quando il nano Alberich il Nibelungo le raggiunge tra i flutti e, lascivo, tenta di afferrarle, esse una dopo l’altra lo provocano, ammiccanti e maliziose come sanno essere, e poi lo respingono deridendolo per il suo aspetto deforme, suscitando così la sua frustrazione e la sua rabbia.

Un raggio di sole illumina l’Oro: respinto dalle ondine, Alberich è attratto dal bagliore. Le figlie del Reno, con imperdonabile leggerezza, rivelano al Nibelungo che colui il quale rinnegherà l’amore potrà da quell’Oro ricavare un prodigioso Anello, che gli conferirà il dominio sul mondo. Alberich, immediatamente acceso di brama, maledice l’amore e fugge con l’Oro.


Scena II

Da un’altura sovrastante la valle del Reno Wotan, signore degli dèi, contempla, ancora più in alto, la vetta sulla quale è stato eretto Walhall, la rocca potente degli dei da lui voluta, appena edificata su sua commissione dai due giganti Fasolt e Fafner: in pagamento i tre hanno convenuto che Wotan ceda loro Freia, simbolo di amore, bellezza, giovinezza e fertilità, colei che coltiva le mele d’oro cui gli dei devono la loro eterna giovinezza. Di ciò Fricka, moglie di Wotan e sorella di Freia, rimprovera aspramente il marito. Wotan, che pure dovrebbe attenersi al rispetto dei patti (perché di ogni patto egli è garante in quanto signore degli dèi), rivela invece a Fricka di non avere mai avuto alcuna vera intenzione di cedere Freia ai giganti: per risolvere la questione si affida all’astuzia di Loge, dio del fuoco. Costui però tarda ad arrivare, mentre i giganti sono già giunti a reclamare il loro pagamento, a buon diritto: Wotan, non volendo cedere loro Freia, è costretto a temporeggiare, mentre cresce l’impazienza di Fafner e Fasolt. Giunge Loge, che al fine di suscitare nei giganti un interesse maggiore di quello verso il premio pattuito, racconta del furto dell’Oro da parte di Alberich e delle virtù dell’Anello che il nano ha forgiato. I giganti (soprattutto Fafner) sono persuasi, attratti dall’Oro e dall’Anello: così Loge propone a Wotan, che acconsente, di andare a rubare l’Oro ad Alberich il Nibelungo, dato che (convengono i due) rubare a un ladro non è furto. I giganti trattengono Freia in ostaggio mentre Wotan e Loge si calano in un crepaccio, verso Nibelheim, regno di Alberich


Scena III

In fondo a Nibelheim, Alberich esercita tirannicamente il potere conferitogli dall’Anello: ha ridotto in schiavitù i Nibelunghi, dediti ormai solo ad accrescere il suo tesoro, ed ha assoggettato il fratello Mime, che maltratta e umilia in ogni modo. Giungono Wotan e Loge, che Alberich cerca di intimidire ostentando il suo potere: ma Loge, astuto, lo sfida a dargli prova dei poteri dell’Elmo magico (Tarnhelm) che Alberich si è fatto fabbricare da Mime, grazie al quale il nano dice di potersi trasformare in qualsiasi cosa. Alberich, astutamente provocato da Loge, accetta la sfida, e si trasforma prima in un grande serpente e poi in una piccolo rospo: ed è in questa veste che Loge e Wotan lo catturano e lo portano con loro, risalendo verso la riva del Reno.


Scena IV

Sulle rive del Reno, riemersi dalle viscere della terra, Alberich, Wotan e Loge trattano il prezzo della libertà del Nibelungo, sequestrato e incatenato. Il nano ordina ai Nibelunghi di portare in superficie tutto il Tesoro, ma Loge vuole anche l’Elmo, e, soprattutto, Wotan pretende anche l’Anello, che con violenza strappa dal dito di Alberich. Costui, al colmo dell’ira e della frustrazione, scaglia la sua terribile maledizione su chiunque possederà l’Anello: averlo sarà disgrazia, non averlo sarà tormento.

I due giganti pretendono, in cambio di Freia, tanto Oro quanto occorra per ricoprirla completamente, ma tutto il Tesoro (Elmo compreso) non basta: rimane un occhio scoperto, vogliono anche l’Anello. Wotan rifiuta con forza: è irremovibile; ma dalla terra emerge la sapiente dea Erda, capace di vaticinio, che lo ammonisce a cedere l’Anello, altrimenti per gli dèi sarà l’alba di un giorno oscuro. Wotan, profondamente frustrato, cede l’Anello ai giganti. La maledizione scagliata da Alberich opera immediatamente: Fafner uccide Fasolt per appropriarsi dell’Anello. Freia è salva, Fricka soddisfatta; ma Wotan è preda di oscuri pensieri, fra i quali sembra aprirsi uno spiraglio, una risolutiva illuminazione, che tuttavia non viene rivelata. Mentre gli dèi salgono a Walhall su un Ponte arcobaleno, Loge cinicamente biasimandoli predice la loro rovina: intanto si ode il canto delle figlie del Reno, che reclamano l’Oro sottratto.


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Il tempo dell’azione


Il Ring è costituito da un Prologo (Vigilia) e Tre Giornate

L’oro del Reno, il Prologo,  si svolge in un tempo non collocabile né misurabile: l’inizio del Rheingold evoca una dimensione cosmica, e alla fine del Prologo si vedono gli dèi salire a Walhall su un Ponte Arcobaleno: cosa che accadono là dove il tempo non si misura coi nostri orologi e calendari.

Indeterminato e non misurabile è pure il tempo che trascorre tra il Ponte Arcobaleno e l’inizio di Die Walküre.

Ma da quando il sipario si apre sul primo atto di Die Walküre, la prima delle tre Giornate, il tempo inizia a scorrere in una dimensione umana.

Le vicende di Die Walküre occupano poche ore: tra la fine della Prima e l’inizio della Seconda Giornata (Siegfried) trascorre il tempo necessario perché l’eroe Siegfried nasca e si affacci all’età adulta, dunque - poniamo - diciotto anni. La Seconda e la Terza Giornata (Siegfried  e Götterdämmerung) occupano pochi giorni


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Prima giornata. Die Walküre (La Walkiria)


Atto primo


Scena I

Un fuggiasco si rifugia in una abitazione, durante una tempesta: allo stremo delle forze, l’uomo riceve attenzione e cura dalla donna che abita nella dimora. Costei offre ristoro e ospitalità all’uomo, cui riferisce di essere sposa (e dominio) di Hunding, padrone di casa, del quale attende a momenti il ritorno.

Fra la donna e l’uomo corrono sguardi significativi, densi di misteriosa e tacita attrazione reciproca.


Scena II

Quando il marito della donna rientra, coglie immediatamente la somiglianza fra la moglie e lo sconosciuto. Hunding chiede all’uomo di rivelare la sua identità, e costui racconta la sua storia: un giorno, rientrando dalla caccia col padre, scoprì l’uccisione della madre e il rapimento della sorella gemella; poi ebbe una vita da fuggiasco, culminata con un combattimento nel corso del quale uccise coloro che ora si rivelano essere proprio i parenti di Hunding. Nonostante sia legittimato alla vendetta, ligio al dovere di ospitalità Hunding offre all’ospite riparo per la notte, ma lo invita ad armarsi e lo sfida a duello per il giorno dopo, dopo di che si apparta per la notte.


Scena III

La donna ha preparato al marito una bevanda soporifera: quando questa fa effetto ella torna dall’ospite. I due scoprono la causa della reciproca arcana empatia: sono fratelli, gemelli, figli di Wotan; costui, scoprono i due, è il vecchio che un giorno conficcò nel frassino al centro della casa di Hunding una spada che solo un eroe predestinato avrebbe potuto svellere dal tronco, e salvare la donna, vittima di un marito tirannico e violento. Da quel giorno la donna attende colui che possa svellere la spada dal frassino, e le sia insieme amico, fratello, compagno: ora egli è giunto. I due dunque si riconoscono, specchiandosi uno nell’altra. La donna proclama solennemente il nome di colui che non l’aveva ancora rivelato: Siegmund. Egli estrae la spada dal frassino e può unirsi a colei che a sua volta ora svela il suo nome: Sieglinde, sorella, amica, compagna. Sipario sul loro amplesso.


Atto II


Scena I

Montagna rocciosa e selvaggia: Wotan è con la Walkiria Brünnhilde, sua figlia prediletta (avuta da Erda: Wotan e la sua legittima sposa Fricka non hanno figli, ma lui ne ha un bel po’). Il padre ordina alla figlia (che obbedirà ben lieta) di proteggere il figlio Siegmund nell’imminente duello con Hunding. A ciò tuttavia, sdegnata e irata, si oppone Fricka, che invece protegge la sacralità delle unioni matrimoniali: ella dunque parteggia per Hunding, contro l’unione incestuosa dei due gemelli, frutto per di più di adulterio.


Scena II

Wotan oppone deboli repliche ai solidi argomenti di Fricka.

Racconta alla moglie che ha inteso, generando Siegmund e Sieglinde (i Velsunghi), iniziare una stirpe da cui potesse nascere un eroe libero dai vincoli che invece legano il padre (Wotan è tenuto a rispettare i patti, e quindi non può rivendicare l’Anello), e in grado dunque di riprendersi l’Anello. Ma per lo stesso scopo (Wotan dice di averlo appreso da Erda) Alberich ha generato un figlio, frutto del male e della violenza.

Fricka assai lucidamente contrappone alla spiegazione di Wotan un argomento insuperabile: Siegmund non è affatto un eroe libero, non solo perché Wotan lo ha concepito predestinandolo ad un preciso scopo, ma in forza di quello scopo ne ha manovrato nascostamente ogni istante della vita, fino a condurlo alla spelonca della gemella Sieglinde e del marito Hunding. Wotan, disperatamente impotente, non può che cedere all’ordine di Fricka, e revocare la protezione a Siegmund, che quindi soccomberà nel duello con Hunding. Wotan dà il contrordine a Brünnhilde, il che sorprende e turba molto la Walkiria. Wotan a sua volta è prostrato, non solo a causa del rischio mortale di Siegmund, ma anche perché il signore degli dèi si sente impotente di fronte alla manovre di Alberich. 

Da qui in poi Wotan appare passivo, rassegnato alla fine, anzi di essa desideroso.


Scene III-V

Sieglinde e Siegmund stanno fuggendo, Hunding li insegue, furioso e assetato di vendetta. Brünnhilde raggiunge la coppia, e mentre Sieglinde giace svenuta per la fatica, la Walkiria annuncia a Siegmund che dovrà morire, ma che sarà ricompensato. Compito delle Walkirie, vergini amazzoni, infatti, è quello di occuparsi degli eroi eletti, determinarne la morte sul campo di battaglia, per poi condurli su cavalli alati a Walhall: qui, bevendo l’idromele, essi risorgeranno a nuova vita, per far parte della guardia scelta di Wotan, colmi di onore e ricompensati in eterno con ogni delizia. Siegmund replica che non abbandonerà mai Sieglinde, e che anzi piuttosto che abbandonarla andrà incontro alla morte uccidendo anche lei. Di fronte all’amore dell’uomo per la donna, la Walkiria, profondamente turbata, decide di disobbedire al padre, e così farà. Ma durante il combattimento la Spada possente di Siegmund, per intervento dell’irato Wotan che interpone la sua Lancia, va in frantumi, e l’eroe muore sotto i colpi di Hunding. La disperazione e l’ira di Wotan: con un furioso cenno determina la morte di Hunding. Brünnhilde (recuperati i frammenti della spada di Siegmund) porta via Sieglinde, e fugge con lei, inseguita dalla furia di Wotan, dovuta alla disobbedienza della figlia.


Atto III


Scena I

Sulla cima di un monte roccioso. Al termine di una impetuosa cavalcata nel cielo tempestoso giungono tutte le Walkirie, da ultima Brünnhilde, braccata dall’ira di Wotan. Sul suo destriero volante, Grane, Brünnhilde reca Sieglinde: con la complicità delle sorelle si preoccupa di mettere in salvo la donna, alla quale affida i frammenti della spada di Siegmund infranta dalla lancia paterna e - soprattutto - rivela la sua condizione. Sieglinde infatti attende un figlio: lo annuncia solennemente Brünnhilde. La donna dovrà fuggire verso la foresta, dove troverà rifugio (non lontano dalla caverna in cui Fafner sotto forma di drago custodisce il tesoro), lontana dalla collera di Wotan.


Scena II

Giunge Wotan: la sua ira nei confronti di Brünnhilde spaventa tutte le sorelle Walkirie. Di fronte ad esse Wotan pronuncia la terribile condanna nei confronti della figlia diletta e disobbediente: il ripudio. A nulla servono i lamenti delle Walkirie, a difesa della sorella: Wotan è inflessibile, e ordina loro di allontanarsi


Scena III

Il confronto ultimo tra padre e figlia. Brünnhilde sostiene che, proprio disobbedendo, ha compiuto la volontà vera e profonda di Wotan, quella di salvare il figlio amato. Non ha potuto evitarlo: la visione dell’amore di Siegmund per Sieglinde è stata una esperienza sconvolgente per la vergine amazzone, tale da mutare tutti i suoi punti di riferimento, e da indurla alla disobbedienza pur di salvare quell’amore. Ma Wotan è inflessibile, e pronuncia la punizione: Brünnhilde verrà sprofondata nel sonno su una roccia, e il primo che giungerà a svegliarla la avrà. Brünnhilde supplica il padre almeno di proteggere il suo sonno, affinché solo un eroe - e non un uomo vile -  possa conquistarla. Wotan accondiscende. Con profondissima malinconia, con un tenero bacio, il padre toglie i requisiti divini alla figlia e l’addormenta; la ricopre del suo scudo, invoca Loge affinché il fuoco protegga il sonno della figlia, e sparisce anch’egli dietro le fiamme: non lo vedremo più come Wotan


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Seconda giornata. Siegfried


Atto I


Scena I

Nella foresta, dimora del nano Mime: costui ha allevato Siegfried (il figlio concepito da Siegmund e Sieglinde), essendo Sieglinde morta di parto. Non a caso Mime si è trovato nel posto giusto: avido anch’egli di possedere il tesoro e l’anello, aveva stabilito la sua dimora nei pressi della caverna del gigante Fafner che, trasformatosi in Drago grazie all’Elmo magico custodisce il Tesoro. Non disinteressatamente, dunque, Mime ha allevato Siegfried, ma solo nella speranza che il ragazzo lo possa aiutare a sottrarre a Fafner/drago il Tesoro, l’Elmo e l’Anello.

Il ragazzo ha in odio il suo tutore, ma entrambi hanno un interesse: forgiare una spada abbastanza robusta. Siegfried la desidera per poter conquistare la libertà, e andarsene da quel luogo e dal suo odiato tutore; Mime perché spera che adeguatamente armato il ragazzo possa servire ai suoi scopi. Tuttavia, pur con tutta la sua abilità di esperto artigiano, Mime non riesce a saldare i frammenti della spada di Siegmund, né a forgiarne una nuova che non si rompa immediatamente, a causa della forza bruta di Siegfried


Scena II

Wotan, sotto mentite spoglie (Der Wanderer, un Viandante) si introduce nella abitazione di Mime, e sfida il nano a un gioco di indovinelli. Il nano perde e Wotan, vincitore della sfida, rivela a Mime che soltanto colui che non conosce la paura potrà nuovamente forgiare la spada appartenuta a Siegmund (Notung) e che Mime stesso morirà per mano di chi avrà quel potere.


Scena III

Siegfried riesce, con molta forza e altrettanto ingegno, a riforgiare la spada del padre utilizzandone i frammenti. Mime è stupito, ma anche terrorizzato, perché nonostante i suoi tentativi di inculcarglielo Siegfried non concepisce il sentimento della paura: la profezia dello strano Viandante rischia dunque di avverarsi.


Atto II


Scena I

Intorno alla caverna di Fafner, nella fitta foresta. Alberich e il Wanderer, che sorvegliano il luogo, si incontrano. Nel Wanderer tuttavia Alberich riconosce Wotan, il quale insiste nel mostrare una posizione di neutralità rispetto a quanto sta accadendo. Assisteranno agli eventi, entrambi auspicando (per motivi opposti) il buon esito della missione di Siegfried: il Wanderer/Wotan vuole che Siegfried recuperi l’Anello anzitutto per evitare che il Nibelungo se ne impossessi, e poi perché l’Anello venga restituito al Reno; Alberich è convinto che, una volta eliminato da Siegfried l’ostacolo di Fafner (insuperabile tanto per Alberich quanto per il figlio Hagen), potrà in qualche modo sottrarre l’Anello al ragazzo.


Scena II

Giungono Siegfried e Mime: il nano vuol convincere il ragazzo che presto conoscerà la paura, attraverso l’incontro con il terribile Drago. Il ragazzo invece è attratto dall’avventura. Rimasto solo nei pressi della caverna, nel cuore della foresta, Siegfried si abbandona alle fantasticherie, ed è sopraffatto dalla nostalgia di una madre mai conosciuta. Poi cerca di imitare il canto di un Uccellino. Infine afferra il Corno, il cui suono sveglia Fafner, che sbuca dalla caverna: il ragazzo e il drago combattono, e Siegfried, guidato dall’istinto, riesce a conficcare Notung proprio nel cuore del drago, che soccombe. Distrattamente Siegfried porta alla bocca il sangue del drago, e immediatamente  si rende conto di avere il potere di comprendere il canto dell’Uccellino della foresta, il quale lo sta incitando a entrare nella caverna, dove potrà trovare un tesoro. Così il ragazzo torna verso Mime recando con sé l’Anello al dito e il Tarnhelm.


Scena III

Mime e Alberich intanto stanno già litigando, contendendosi il tesoro, convinti di riuscire a sottrarlo a Siegfried. Ma Siegfried  è ormai invincibile, perché, come riesce a decifrare il canto degli uccelli, grazie al sangue del drago è in grado anche di leggere, nascoste dietro le sue parole melliflue e menzognere, le vere intenzioni di Mime: il nano infatti in realtà ha in mente di avvelenarlo. Siegfried così uccide il nano e poi, sentendo di nuovo la voce dell’Uccellino, si rimette in cammino: il suo amico volatile gli rivela infatti che lassù sulla rupe, protetta dal fuoco, c’è una fanciulla da risvegliare


Atto III

[Ai piedi della rupe sulla quale dorme Brünnhilde]

Scena I

Nel frattempo Wotan-Wanderer evoca Erda: sebbene egli abbia rinunciato a compiere qualsiasi azione, la sua angoscia non è diminuita, per questo confida nella saggezza di Erda. Ma ciò a nulla vale, ormai tutto si sta compiendo al di fuori del controllo di entrambi, e Wotan non può evitare che il destino del mondo non sia più nel controllo divino ma in quello umano.


Scena II

Tuttavia Wotan/Wanderer fa in modo che anche l’ultimo atto si compia: si pone sul sentiero dal quale giunge Siegfried, e doverosamente lo ostacola, opponendosi al suo cammino. Questo non solo è un atto simbolico, ma sancisce (coerentemente con gli intendi di Wotan) la piena autonomia del cammino di Siegfried dal proprio volere, e dunque la sua legittimazione ad agire liberamente. Questa volta la spada di Wotan si infrange contro Notung, e Siegfried può compiere l’ultima ascesa verso la rupe della dormiente.


Scena III

[La rupe della Brünnhilde addormentata]

Siegfried varca il fuoco, risveglia Brünnhilde con un bacio, e i due conoscono la paura che si materializza nel fatidico momento dell’incontro con quanto é altro-da-sé. La paura tuttavia é vinta dall’amore, e dalla passione carnale che li travolge e li unisce nell’amplesso.


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Terza giornata. Götterdämmerung
(Il crepuscolo degli dei)


Prologo

[La rupe del sonno di Brünnhilde]


[Parte prima]

Il filo dei destini del mondo: svolgerlo, riavvolgerlo, reggerlo, leggerlo, è compito delle tre Norne, che sanno il passato, il presente e l’avvenire. Ma qualcosa blocca e ostacola il filo, non si leggono più con chiarezza né passato né presente né futuro, e il filo si spezza tra le mani della terza Norna. È il presagio della fine


[Parte seconda]

Alba. Siegfried e Brünnhilde (costei porta al dito l’anello che l’uomo le ha donato in pegno), si giurano eterno amore. Siegfried tuttavia si incammina, verso il Reno, verso nuove imprese: l’avventura è il destino di ogni eroe leggendario.


Atto I


Scena I

Reggia presso la riva del Reno. Giunge Siegfried. I fiacchi eredi del regno dei Ghibicunghi, i fratelli Gunther e Gutrune, dovrebbero entrambi sposarsi, per evitare l’estinzione della stirpe. A ciò li spinge anche il loro fratellastro Hagen (figlio di Alberich il Nibelungo), cui il padre ha affidato la missione di recuperare l’Anello. A tal fine Hagen mette in atto il suo malvagio piano.


Scena II

Ecco la prima parte del piano di Hagen: Siegfried berrà il filtro dell’oblio, dimenticherà Brünnhilde e si innamorerà di Gutrune; per ottenere da Gunther il consenso al matrimonio con la sorella, Siegfried si presterà al disegno ulteriore di Hagen: dovrà ancora varcare il fuoco che protegge Brünnhilde, ma (grazie al Tarnhelm) lo farà nelle vesti di Gunther, al quale spetterà il diritto di giacere con la donna. Siegfried sarà dunque tenuto, giacendo con Brünnhilde nelle sembianze di Gunther, a rispettare la donna, che il patto gli impone di condurre vergine al futuro marito Gunther (il filtro dell’oblio assunto da Siegfried gli impedisce di ricordare… quanto accaduto poche ore prima con Brünnhilde.


Scena III

Sulla roccia, circondata ancora dal fuoco che la protegge, Brünnhilde riceve la visita della sorella Waltraute: costei la informa su quanto sta accadendo lassù a Walhall. Wotan siede muto in trono, afflitto dalla più profonda costernazione, reggendo in mano i tronconi della sua lancia spezzata da Siegfried, e non mangia più le mele d’oro: ha ordinato che si costruisca una catasta di legna tutto intorno alla sala degli eroi. Wotan sa che l’anello è nelle mani di Brünnhilde, e spera solo che ella lo renda al Reno, affinché egli stesso e il mondo siano redenti dalla maledizione dell’Anello. Perciò Waltraute supplica la sorella di cedere l’Anello: ma nemmeno Brünnhilde compie questo gesto, sebbene sia animata da motivazioni diverse da tutti gli altri (per lei l’Anello è solo il pegno d’amore dell’amato).

Giunge Siegfried, e tutto va come previsto. Siegfried varca il fuoco: Brünnhilde pensa di accogliere l’amato, ma a causa dell’Elmo magico vede uno sconosciuto (Gunther), che con forza le strappa l’anello che la donna usa per difendersi. Siegfried/Gunther giacerà con Brünnhilde, ma, per rispettare il patto d’onore con Gunther porrà Notung fra sé e la donna.


Atto II


Scena I-III

Davanti al palazzo dei Gibicunghi, Hagen nel dormiveglia viene istigato da Alberich ad uccidere Siegfried al fine di impossessarsi dell’anello

Siegfried, rientrato a corte, riferisce ad Hagen l’accaduto.

Hagen può dunque radunare i vassalli perché assistano alla celebrazione del doppio matrimonio.


Scena IV

Brünnhilde, trascinata a corte dal vero Gunther (nel frattempo subentrato a Siegfried), non solo è angosciata, ma rimane basita nel vedere Siegfried, perfettamente padrone di sé, al braccio di Gutrune, promessi sposi. Inoltre Brünnhilde vede al dito di Siegfried l’anello che Gunther/Siegfried le aveva strappato, immagina uno scambio di persona, e accusa Siegfried. Hagen malignamente insinua che Siegfried abbia violato il patto d’onore, giacendo con Brünnhilde, e induce Siegfried a giurare la propria innocenza sulla lancia dello stesso Hagen, dunque a costo della morte. Brünnhilde, infuriata, minaccia l’annientamento di chi si rivelerà spergiuro.

Rimangono in scena Hagen, Gunther e Brünnhilde. Hagen convince Gunther a uccidere Siegfried durante una battuta di caccia, e Brünnhilde diviene parte del patto rivelando che la schiena dell’eroe è vulnerabile.


Atto III


Scena I

Lungo il Reno, durante la caccia Siegfried incontra le Figlie del Reno, che cercano di indurlo a ceder loro l’Anello che egli ha al dito: Siegfried rifiuta di separarsene. Le Figlie del Reno allora gli predicono una fine certa e prossima.


Scena II

Hagen, nel frattempo sopraggiungo con Gunther e gli altri, induce Siegfried a raccontare la storia della sua vita: prima che il racconto arrivi all’incontro del risveglio di Brünnhilde Hagen offre una bevanda a Siegfried: in realtà è un filtro, antidoto del precedente. Siegfried così riprende il filo dei ricordi, e racconta l’incontro amoroso con Brünnhilde. Questo è il pretesto sufficiente per consentire ad Hagen di far valere il giuramento: il figlio di Alberich affonda la lancia nella schiena vulnerabile di Siegfried, uccidendolo.

Un corteo funebre accompagna il ritorno dell’eroe alla reggia dei Ghibicunghi.


Scena III

Gutrune, ignara del complotto, attende Siegfried: quando vede il suo cadavere, accusa Gunther, il quale a sua volta incolpa Hagen, che ammette il fatto. Quest’ultimo pretende l’anello, ma Gunther respinge la pretesa e per questo viene ucciso da Hagen. Costui é sul punto di sfilare l’anello dal dito di Siegfried, ma il braccio dell’eroe morto prodigiosamente si alza. Gutrune rivela l’origine del complotto. Brünnhilde comprende ogni cosa: comprende come si sono svolti i fatti, e ne intuisce il contesto, vale a dire il ruolo che Siegfried ha avuto nei disegni di Wotan. Forte di questa nuova e tragica consapevolezza, la Walkiria concepisce e mette in atto il suo sacrificio, affinché esso possa riscattare il male ed aprire la strada all’amore: con l’Anello al dito, salta in groppa al fido destriero Grane, si getta sulla catasta di legna su cui giace il corpo di Siegfried, e appicca il fuoco, invocando che l’incendio raggiunga Walhall. Mentre tutto va in fiamme il Reno straripa. Il grande fiume inghiotte l’Anello e le figlie del Reno se ne impadroniscono. Hagen, nel tentativo di afferrarlo, trascinato dalle Figlie del Reno annega. L’incendio dalla riva del Reno si propaga violentemente, e divora Walhall, che sprofonda con tutti i suoi abitanti: gli dèi periscono avvolti dalle fiamme.


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I personaggi del Ring,
non in ordine di apparizione


C’è Wotan, signore degli dei, garante dei patti cui egli stesso però è soggetto (la sua lancia, su cui le leggi sono incise in rune, è simbolo del suo potere ma anche dei limiti che questo potere incorpora: anche a causa di ciò Wotan, che ha poteri inerenti alla sua condizione divina, ha anche tratti e debolezze molto umani.

Fricka è sua moglie: lei, che è la rigida protettrice della morale e delle unioni sacre e regolari, ha a che fare con un marito fedifrago e libertino.

Altre divinità sono Froh, Donner, ma soprattutto la sorella di Fricka  e degli altri due, Freia (simbolo d’amore e coltivatrice delle mele d’oro che garantiscono agli dei una eterna immutabile giovinezza).

C’è poi Loge, guizzante e astuta divinità del fuoco: cinico, considera gli altri dei, superiori a lui per rango, poco più che debosciati, e ci tiene a distinguersi da loro.

Sempre nella sfera degli esseri sovrannaturali dobbiamo ancora annoverare anzitutto Erda, divinità ctonia, sapiente e veggente; poi le Norne, le tre creature che maneggiano il filo del tempo, per cui sanno il passato, leggono il presente e vedono il futuro.

Legate al mondo sovrannaturale ci sono poi le Walküren, le Walkirie, vergini figlie di Wotan che hanno il potere di scegliere i migliori eroi delle battaglie, decretarne la morte terrena per condurne i cadaveri, su cavalli alati, lassù fino a Walhall, la possente rocca degli dèi: là, bevendo l’idromele, gli eroi morti in battaglia risorgeranno a nuova vita, e diverranno il corpo scelto a difesa della rocca e degli dei. La Walkirie sono nove, ma una è particolarmente importante, personaggio chiave del ciclo: è Brünnhilde, figlia diletta di Wotan e di Erda.

La Figlie del Reno, ninfe acquatiche, giocose, guizzanti e ammiccanti creature che danzano tra i flutti del grande fiume: esse proteggono l’Oro ivi custodito, e una volta che esso è stato rubato ne lamentano continuamente la mancanza. Wagner le chiama Woglinde, Wellgunde e Flosshilde.

A rubare l’oro è Alberich, signore e dittatore della stirpe dei Nibelungen, operosi nani che vivono nelle viscere della terra, cavandone oro e preziosi di cui sono abilissimi manufattori. Fra essi Mime, fratello di Alberich, e vittima delle sue costanti vessazioni.

Da questo mondo sotterraneo provengono i due oggetti magici più importanti: il Tarnhelm, un Elmo magico che consente a chi lo indossa di assumere qualsivoglia sembianza (o di divenire invisibile), e - ovviamente - l’Anello che conferisce al suo possessore immenso potere.

Infine, tra le creature non appartenenti alla umana terra di mezzo, i Giganti: qui sono due, fratelli, che su commissione di Wotan edificano Walhall. Uno di essi è attratto dalla bellezza e dall’amore, l’altro dal potere: il primo (Fasolt) viene ucciso dal secondo (Fafner).

Ci sono poi le creature umane vere e proprie, due delle quali sono frutto dell’accoppiamento di Wotan con una donna mortale: Siegmund e Sieglinde, i Velsunghi, gemelli incestuosi, dalla cui unione nascerà l’eroe prescelto per salvare il mondo, Siegfried.

Un altro umano è Hunding, violento marito di Sieglinde.

Poi, sempre tra gli umani, c’è Hagen, frutto dell’accoppiamento violento di Alberich con una donna, e destinato dal padre ad essere antagonista di Siegfried. In questo compito Hagen è in combutta con i suoi fratellastri Gunther e sua sorella Gutrune, ultimi fiacchi e decaduti esemplari di una stirpe destinata all’esaurimento, quella dei Gibicunghen.

Per il particolare ruolo che hanno nel racconto, nel Ring assumono poi una funzione essenziale alcuni oggetti, che assurgono quasi al grado di personaggi: l’Anello, ovviamente; la Lancia di Wotan; Notung, la Spada di Siegmund, destinata ad armare Siegfried; il Tarnhelm, già nominato. Vi è poi il Corno di Siegfried, strumento musicale che annuncia e per così dire rappresenta l’eroe.

Infine gli animali. Quattro in particolare: uno è in realtà la trasformazione del gigante Fafner attraverso l’uso del Tarnhelm, un enorme Drago, custode dell’oro e dell’anello, che verrà ucciso da Siegfried; uno è l’Uccellino della Foresta, dal cui cinguettio Siegfried - apprendendone il linguaggio - apprenderà le cattive intenzioni di Mime, si farà guidare verso l’oro, e poi verso una fanciulla addormentata, Brünhilde; i Corvi, che incarnano la possibilità di Wotan di essere ovunque; e infine Grane, l’amato cavallo alato di Brünnhilde, che dell’eroina seguirà la tragica sorte.


Degli oltre trenta personaggi che agiscono lungo tutto il Ring molti non hanno un vero sviluppo: la moglie e i cognati di Wotan (Fricka, Freia, Froh, Donner), Loge, i due giganti Fafner e Fasolt (che però Wagner accuratamente e significativamente differenzia), le tre Figlie del Reno, le otto Walkirie sorelle di Brünnhilde (anche se fra esse spicca Waltraute), le tre Norne, i due Ghibicunghi Gunther e Gutrune. Non ha sviluppo la figura di Hunding, il violento marito di Sieglinde; e non ne ha neppure Hagen, sebbene si tratti della terribile incarnazione del Male, l’unico personaggio del quale Wagner traccia un (inquietante) ritratto anche fisico. Anche Erda, nella sua ancestrale e inquietante maestà, è un personaggio statico.

Tutti gli altri personaggi non solo incidono sull’intreccio, ma sono figure complesse, sviluppate con ricchezza e profondità tanto maggiori in quanto Wagner ne indaga non solo l’individualità ma anche la sfera relazionale. Wotan (e il suo alter ego, il Wanderer), Alberich, Siegmund, Sieglinde, Mime, Siegfried e Brünnhilde: hanno un ruolo talmente importante che sarà inevitabile conoscerli a fondo lungo il racconto.


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Erda. Wie


Erda emerge dal profondo, circonfusa da “un bagliore azzurrino”: è una “nobile figura, ampiamente avvolta nella nera chioma ondeggiante”. Nel momento in cui Wotan ostinatamente rifiuta di cedere l’Anello a Fafner e Fasolt, ella lo ammonisce solennemente (Das Rheingold, scena IV):


Weiche, Wotan! Weiche!

Cedi, Wotan! Non resistere oltre.

Quella dell’Anello è una maledizione che devi fuggire!

Rettungslos dunklem Verdeben Weiht dich sein Gewinn

Averlo conquistato ti consacra a una nera sciagura senza salvezza


Erda sa il “come” (wie) di tutto:

Wie alles war, weiß ich; / wie alles wird,

wie alles sein wird, / seh’ ich auch

so come tutto avvenne, come tutto avviene, come tutto avverrà.


Erda dunque non dice was, “che cosa” avvenne, avviene, avverrà: ammesso che lo sappia, non è questo il senso della sua ammonizione e del suo vaticinio, perché ella possiede una visione del senso del tutto, vasta, profonda. Non viene evocata per conoscere i fatti, ma per collocarli.


La Erda wagneriana è plasmata sulla Veggente (vǫlva) dell’antico canzoniere islandese:, il primo poema dell’Edda poetica (Vǫluspá, Profezia della Veggente): parla ad Óðinn (il Wotan germanico), raccontando la storia della creazione del mondo, e - inevitabilmente - della sua fine. Gli eventi primordiali, quelli finali, e il destino del mondo: la fine del mondo, e la fine degli dèi (non di tutti, ma dello stesso Óðinn). La Veggente rivela che alla conflagrazione finale farà seguito una palingenesi: risorgerà, dalle ceneri del mondo pre-esistente, un mondo che nuovamente vivrà.


56

Il sole si oscura, la terra sprofonda nel mare,

cadono dal cielo le stelle lucenti.

Erompe il vapore che nutre la vita;

la vampata giunge calda perfino ai cieli.

[…]

58

Ella vede riaffiorare la terra dal mare di nuovo verde;

scrosciano le cascate, vola l’aquila,

lei che sui monti cattura i pesci.

[…]

61

I campi cresceranno incolti; ogni male sarà sanato

[…]

63

Ella vede una sala bella come il Sole,

ricoperta d’oro, in Gimlé;

lì abiteranno eserciti di eroi

e saranno eternamente felici.


[Traduzioni di Daniele Pisano, 2015]


Tutto questo avverrà, perché DEVE accadere.

Non può non accedere.

Tutto finirà, e tutto rinascerà, solo perché tutto è iniziato. La musica della visione di Erda non è altro che una variante della musica che si ode nelle primissime battute dell’Oro del Reno, che evocano l’inizio di tutto.

Erda riporta dunque in scena la stessa musica di quella Bewegung che, nelle prime battute dell’Oro del Reno, interrompe l’atemporale fissità del nulla cosmico per introdurre la vita, il movimento. Ma anziché nella morbida tonalità di mi bemolle maggiore l’idea musicale viene qui esposta nella lontana e mesta tonalità di do diesis minore, e  - soprattutto - Langsam, lentamente, come se quel liquido fluire della prima scena si fosse mutato, nella visione della veggente, in uno stagno raggelato.

E quando Erda vaticina, con parole che non lasciano scampo, la fine di tutto per il solo fatto che tutto ha avuto inizio (Alles was ist, endet), questa spietata circolarità inizio-fine provoca l’inversione della direzione del disegno musicale: non più ascendente, ma discendente. Ein düst‘rer Tag dämmert den Göttern, quello che si prospetta è un giorno oscuro per gli dèi. Il verbo tedesco dämmern reca in sé tanto l’albeggiare quanto l’imbrunire, tanto l’aurora quanto il crepuscolo (Götter-dämmerung: Crepuscolo degli dèi). L’intervento di Erda rende dunque presente in scena la parabola discendente della catastrofe finale (proprio per questo la versione discendente e in minore del motivo del movimento viene di solito definita “musica [motivo] del crepuscolo”)


L’intervento di Erda proietta le circostanze dell’azione su un piano cosmico:


Weiche, Wotan! Weiche!

Flieh‘ des Ringes Fluch!

Rettungslos

dunklem Verderben

weiht dich sein Gewinn.

[…]

Wie alles war - weiss ich;

wie alles wird,

wie alles sein wird, -

seh‘ ich auch,

der ew‘gen Welt

Urwala,

Erda, mahnt deinen Mut.

Drei der Töchter,

urerschaff‘ne,

gebar mein Schoss;

was ich sehe,

sagen dir nächtlich die Nornen.

Doch höchste Gefahr

führt mich heut‘

selbst zu dir her.

Höre! Höre! Höre!

Alles was ist, endet.

Ein düst‘rer Tag

dämmert den Göttern:

dir rat‘ ich, meide den Ring!


Cedi, Wotan, cedi!

La maledizione dell’Anello fuggi!

Senza salvezza,

a nera sciagura

la sua conquista ti consacra.

[…]

Come tutto fu... io so;

come tutto è,

come tutto sarà...

io anche vedo:

dell’eterno mondo

Urwala,

Erda, ammonisce il tuo animo.

Tre figlie,

primeve,

partorì il mio grembo:

quel ch’io vedo

ti dicono la notte le Norne.

Ma l’alto periglio

conduce oggi me

stessa, a te, qui.

Ascolta, ascolta, ascolta!

Tutto quel che è, finisce!

Un giorno oscuro

rompe agli dèi:

ti consiglio, scansa l’Anello!


Si tratta, in termini operistici, di un monologo vero e proprio, cosa piuttosto rara in Wagner (che predilige una condotta dialogica): Erda non dialoga, non ammette repliche, non risponde. Erda è in realtà un oracolo, e il suo monologo è una profezia: proprio per questo il rischio della fine degli dèi, evocato per ammonire Wotan, è in realtà inevitabile. Il Crepuscolo degli dèi non è da Erda prospettato come una ipotesi, ma viene semplicemente preannunciato, e la caduta degli dèi non è una possibilità, è una certezza: Wotan, che pure viene trattato come se fosse libero nell’agire (può cedere o no l’Anello) e come se dalla sua scelta dipendesse il destino, in realtà non può in ogni caso interferire con quanto è già destinato ad avvenire. 

Nessun atto umano né divino che può mutare il corso degli eventi.

Il Male stesso è necessario, e inevitabilmente previsto come elemento di equilibrio.

Ecco perché Alberich PUÒ rubare l’oro, e PUÒ ricavarne l’Anello, SE rinuncia all’amore: Woglinde ne espone la possibilità come insita nell’ordine delle cose, e non come violazione di esso. Alberich non vìola alcuna norma: il suo agire è previsto come lecito, è la quota di male che il sistema incorpora.

Alberich dunque forgia l’Anello con pieno diritto: e quando con violenza gli é estorto da Wotan, allora sì viene compiuta una ingiustizia, una deviazione. Nell’iniziale abbozzo in prosa del 4 ottobre 1848 Wagner infatti descrive in questi termini la situazione generata dall’atto violento di Wotan (nell’abbozzo sono genericamente “gli dèi” a sottrarre l’Anello ad Alberich):


«Con grande impegno gli dèi hanno messo ordine nel mondo, vincolando ogni cosa a sagge leggi, e hanno avuto grande cura della stirpe umana.

Ora il loro potere sovrasta tutto e tutti.

Ma la pace che ha segnato il loro avvento al potere non ha fondamenta nella riconciliazione: piuttosto essa è stata ottenuta attraverso violenza e astuzia.

Hanno perseguito, con questo superiore ordine universale, il fine della coscienza morale: eppure l’ingiustizia, che essi combattono, riguarda loro stessi.

Dagli abissi di Nibelheim la coscienza della loro colpa giunge fino a loro. Infatti la catena che rende schiavi i Nibelunghi non è spezzata: Alberich è stato solo derubato del dominio su di essi, e non in nome di un fine superiore, mentre l’anima e la libertà dei Nibelunghi giacciono sepolte, senza scampo, sotto il pancione di un drago inerte.

Le accuse che Alberich rivolge agli dèi sono dunque ben fondate.

A sua volta, Wotan non può rimediare all’ingiustizia senza commettere altra ingiustizia»

[traduzione dell’autore]


Dunque tutto accade “per necessità”. Tutti gli agenti, compresi quelli divini (Wotan per primo) fanno parte di un ciclo in cui la dialettica degli opposti (Bene/Male, Amore/Potere, Diritto/Libertà) sottrae progressivamente ed inesorabilmente energia al sistema, e finisce per condurlo al collasso (Ragnarǫk, nella mitologia norrena).

Ma come nel ciclo delle re-incarnazioni, anche in questi cicli cosmici ciò che conta non è il “se”, ma il “come” (wie): è importante il retaggio di ogni re-incarnazione, il lascito di ogni ciclo cosmico che si compie. E sotto questo aspetto le scelte, anche quelle individuali, mutano (non il corso ma) il senso degli eventi.


Le Norne, dice infatti Erda a Wotan, possono dirti il corso degli eventi: ma io possiedo un sapere più profondo, e quindi non ti dico “che cosa” avverrà, bensì ti ammonisco su “come” è bene che tutto avvenga. Il gesto che hai compiuto ha innescato la parte finale di questo ciclo: hai desiderato potere più che non ne avessi bisogno, hai edificato il tempio del potere, hai bramato l’Anello, lo hai con violenza e contro le leggi sottratto; questo ha dato il via alla catena del Male assoluto. Il mondo non può finire senza che a questo Male si cerchi di porre rimedio: che il mondo finisca è certo, e non finisce perché qualcuno (tu, o Alberich, o altri) ne abbia determinato la fine, nessuno possiede questo potere, come nessuno possiede il potere di fermare il ciclo cosmico. Ma noi possiamo determinare il “come”: dal bilancio Bene-Male dipende la quota di sacrificio che redime.

Wotan dovrà rinunciare al figlio diletto Siegmund, alla figlia diletta Brünnhilde, e dovrà attendere la fine. E dovrà cedere l’Anello. Senza tutto questo il mondo finirebbe senza riscatto, con una fragile (o nulla) prospettiva di rinascita.

Che dunque il ciclo cosmico sia giunto alla fine non c’è dubbio: Erda infatti informa che tutto quanto abbia mai avuto inizio ha comunque e sempre la sua fine (Alles was ist, endet!), e che questa è comunque l’alba di un giorno oscuro per gli dèi (Ein düst’rer Tag dämmert denn Göttern).

Wotan dunque deve cedere l’Anello non per evitare che il mondo finisca, ma per consentire che - dopo la catastrofe - risorga.

Come noi, proprio come noi, Wotan è smarrito di fronte a questa visione. Non capisce. E quando Erda sta per re-immergersi nelle viscere della terra cerca di fermarla, per sapere:


Geheimnis-hehr

hallt mir dein wort:

weile, dass mehr ich ich wisse!


Il tuo dire mi suona alto e arcano e misterioso:

fermati, che io sappia di più


Ma Erda scompare senza aggiungere altre rivelazioni, solo un ultimo monito:


Ich warnte dich; du weisst genug:

sinn’ in Sorg’ und Furcht!


Ti ho detto, sai già molto:

pensaci, con la dovuta ansia ed il necessario timore


Wotan è molto turbato, pur di sapere di più fa il gesto di precipitarsi nel crepaccio con la dèa:


Soll ich sorgen und fürchten,

dich muss ich fassen,

alles erfahren!


Se ciò che mi attende è il turbamento e il timore,

allora ti devo afferrare, e devo sapere tutto.


Wotan è onnisciente, ma è smarrito come un comune mortale: ha un potente bisogno di sapere, di capire. Per questo cercherà, lungo tutto il Ring, di accedere al sapere di Erda, incontrandola, evocandola.

In Die Walküre (atto II, scena II) Wotan racconta a Brünnhilde:


Io la serenità dell’animo ho perduto;

il dio ebbe bisogno di sapere:

nel grembo del mondo

giù mi immersi,

col sortilegio d’amore

sforzai la Wala,

ne turbai la superba sapienza,

sì che ella mi rese ragione.

Da lei ottenni notizie


In Siegfried (atto III, scena I) l’ultimo incontro tra Wotan ed Erda avviene in scena. Wotan evoca la divinità ctonia, che emerge. Ma neppure questo intenso colloquio può fornire a Wotan un sapere che lo rassicuri.

Così Wotan evoca la dèa:


Il mondo ho percorso, molto ho vagato,

per ottenere sapienza

e consigli di arcana saggezza.

Più di te esperta non esiste nessuna;

è noto a te

ciò che l’abisso nasconde,

ciò che di vita pervade

monti, valli, aria, acqua.

Dove sono creature, il tuo alito spira;

dove pensa una mente,

la regge il tuo spirito:

tutto, si dice, a te è noto.

Perché io ottenga sapienza,

ora te desto dal sonno!


E alla risposta di Erda, che nuovamente lo invita a consultare le Norne, Wotan replica:


Nel dominio del mondo

tessono le Norne:

nulla possono correggere o mutare.

Ma dalla tua saggezza

vorrei avere un consiglio,

wie zu hemmen ein rollendes Rad?

come fermare la corsa di una ruota?


A questa domanda non v’è risposta: la corsa della ruota non può essere fermata!

Così l’amico August Röckel, dopo aver letto la prima versione del testo immediatamente dopo la pubblicazione privata del 1853, scrisse a Wagner domandandogli: “Perché, dal momento che l’Oro del Reno viene restituito al Reno, gli dèi comunque periscono?”

In termini rigorosamente logici la domanda è del tutto appropriata. Ci sono molti punti oscuri, o non perfettamente risolti, nel Ring. Incongruenze, screziature, una rifinitura non perfetta in ogni dettaglio: tutto ciò è umanamente inevitabile quando si parla di capolavori sterminati, su cui il labor limae non può spingersi al minimo dettaglio, come invece accade in un sonetto, in un’ode, o in una sonata per pianoforte. Ma la domanda di Röckel tocca un punto cruciale. 

Se volessimo dar pieno credito alle interpretazioni pessimistiche, la risposta sarebbe univoca: gli dèi periscono perché tutto è inutile, nulla è più forte del corso degli eventi o (in una prospettiva più consona all’uomo contemporaneo) nulla può arginare il sentimento angoscioso del vivere. Röckel non poteva capire, ma noi si, attraverso la musica di Wagner, e attraverso la nostra moderna profonda consapevolezza del senso tragico dell’esistenza, che dopo Wagner ci hanno raccontato Mahler, Musil, Kafka, Joyce, Sartre: autentico genio profetico, spesso Wagner parlava più a noi che ai suoi contemporanei. Alcuni esegeti, e alcuni registi, si fermano a questa visione pessimistica.

Ma se (e quando) cogliamo il senso del Ring fino in fondo allora forse la cosa cambia: l’ultimo tema che si ode nel Ring, il commiato musicale nelle ultime sette battute del Crepuscolo degli dèi, lascia poco spazio al dubbio: tutto crolla, gli dèi stessi sono avvolti dalle fiamme, ma dopo la catastrofe la luce tornerà, perché il Sacrificio (di Siegmund, di Siegfried, di Brünnhilde), compiuto nell’Amore, consentirà la Redenzione.

Alles was ist, endet: certo, tutto avrà fine, quello che esiste.

Ma il “come”, wie, farà la differenza.


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Wotan e Alberich


Sommo fra le creature eteree, signore degli dei, Wotan è la figura più tormentata e complessa dell’intero Ring.

La sua prerogativa più francamente divina è la dimensione tempestosa e irosa: sotto forma di tempesta spinge Siegmund a rifugiarsi presso la dimora di Hunding affinché incontri Sieglinde e con lei generi Siegfried; la sua ira impetuosa insegue la disobbediente figlia Brünnhilde; implacabile la sua Lancia infrange la spada di Siegmund; basta un cenno della sua collera perché Hunding stramazzi al suolo, morto. Pure autentico contrassegno di divinità è la sua capacità di essere ovunque e tutto vedere.

Per il resto Wotan è un groviglio di contraddizioni tutte umane. Soccombe alla moglie Fricka sul piano argomentativo, al punto - egli, il sommo degli dèi! - di essere costretto a mutare una sua decisione e di doverne render conto alla figlia Brünnhilde. Wotan promette e non mantiene; è signore dei Patti e li vìola. È tormentato, angosciato, addolorato. Impotente rispetto agli eventi, dopo avere messo a dormire la diletta figlia Brünnhilde deve rinunciare ad ogni ruolo attivo: nel Siegfried non compare più come Wotan, ma come Der Wanderer (Il Viandante) intercetta il cammino del nipote Siegfried, e la sua Lancia, ora, si spezza all’urto della spada di Siegmund rinvigorita dalla forza di Siegfried. E in Götterdämmerung appare catatonico, passivo e tragico spettatore della fine di tutto, che non ha saputo (o potuto) evitare.

È garante dei patti, ma vi è soggetto egli stesso: il simbolo del suo potere, la Lancia, è anche l’oggetto che fisicamente reca incise le rune delle regole che tutti devono rispettare. Tutti, compreso lui: Wotan non è un monarca legibus solutus, il suo potere è limitato, e questo lo angoscia. È affamato di esperienze, ma anche di potere. É capace di amore.

Alberich, il Nibelungo, oltre che antagonista di Wotan, a tratti ne pare l’alter-ego: i due sono animati da brama di potere, e percorrono lungo l’intero Ring cammini per molti aspetti paralleli.


Ma Alberich ha una fisionomia meno complessa e contraddittoria. Il suo desiderio di rivalsa rispetto alla stirpe dei celesti, unitamente alla cupidigia di potere, la sua deformità e la conseguente emarginazione: tutto ciò lo conduce ad una condotta tanto autolesionista (la rinuncia/maledizione dell’Amore) quanto crudele e spietata. Non é capace di amore, a prescindere dalla rinuncia, che di questa impotenza è effetto e non causa.

La rinuncia, anzi la maledizione dell’amore pronunciata da Alberich il Nibelungo nella prima scena dell’Oro del Reno, è infatti generata dalla frustrazione e dalla brama di potere e di voluttà, e alimentata da una propensione alla malvagità. Ciò a cui Alberich rinuncia non è la dimensione sentimentale dell’amore, che non conosce, non è alla sua portata, e gli viene comunque negata.

A rivelarlo è tutta la musica che Wagner riserva al personaggio.

L’apparizione di Alberich in scena ha contrassegni musicali ben precisi: essa scaturisce dall’ondeggiante ritmo di danza delle Figlie del Reno, ma ne scurisce l’armonia e ne trasforma il caratteristico ritmo puntato in gesto che allude alle movenze sgraziate del nano ed alle sue fattezze repellenti:

Nel seguito della scena, mentre il nano scivola sulle viscide rocce, la musica di Alberich accentua impietosamente la natura grottesca se non repulsiva del personaggio: nessuna concessione alla melodia, insistenti cromatismi, gestualità ritmica assai accentuata, addirittura uno sguaiato starnuto.

Le maliziose ondine crudelmente seducono Alberich, per poi - una dopo l’altra - respingerlo deridendolo. Il nano sembra per un momento abbandonare le sue movenze goffe e le sue intenzioni laide per rispondere “a tono” alla melodia di Flosshilde, si potrebbe dire “con sentimento”

Ma anche la terza ondina gli sfugge, e con le altre due lo deride. La frustrazione di Alberich deflagra


Wehe! Ach wehe!

O Schmerz! o Schmerz!

Guai! oh guai!

O dolore! o dolore!


Il combinato disposto di chissà quali antiche frustrazioni, della umiliazione subìta dalle ondine, e di una natura non benigna: tutto ciò determina il manifestarsi delle propensioni autentiche del nano. Egli cerca di afferrare con violenza ora l’una ora l’altra ninfa: e sebbene il nano utilizzi il termine Minne, che evoca una dimensione dell’amore legata a una qualche forma di sentimento, gli altri termini usati da Alberich rivelano una frustrazione (e una pulsione) di natura eminentemente lasciva, possessiva e violenta, sottolineata da una concentrazione di allitterazioni (Gliedern / Glut / glüht; Wut und Minne, wild und mächtig, wühlt mir den Mut auf!): 


Wie in den Gliedern

brünstige Glut

mit brennt und glüht!

Wut und Minne,

wild und mächtig,

wühlt mir den Mut auf!

Come nelle membra

bruciante ardore

mi brucia e mi arde!

Furore e amore

selvaggio, possente,

mi sussulta nell’animo!


Lo snodo cruciale del ruolo di Alberich (e di tutto il grande racconto) coincide col momento in cui Alberich rinuncia all’amore e lo maledice, per ottenere in cambio la facoltà di forgiare dall’oro l’anello del potere:


Der Welte Erbe

gewann' ich zu eigen durch dich?

Erzwäng’ ich nicht Liebe,

doch listig erzwäng’ ich mir Lust?

Il retaggio del mondo

a me, per te, potrei conquistare?

Se l’amore a me non conquisto,

che non abbia con astuzia a conquistarmi piacere?

[…]

So verfluch ich die Liebe!

Io maledico l’amore!


Se l’utilizzo da parte di Alberich di termini quali Minne e Liebe lascia intendere una sua qualche remota consapevolezza della dimensione affettiva, non c’è invece alcun dubbio che la contrapposizione tra Liebe e Lust manifesti piena coscienza: maledicendo l’amore per ottenere il potere dell’anello egli si riserva tuttavia la possibilità di conseguire un soddisfacimento più materiale (Lust). Ciò rende chiari i termini del trade-off: Alberich avrà ogni potere, in cambio cede merce che per lui non ha valore (Minne, Liebe), mentre per il gusto del possesso e del piacere (Lust) potrà provvedere in altro sbrigativo e non commendevole modo.

Da notare che la rivelazione di Woglinde in forza della quale Alberich è come irretito dalla prospettiva di un infinito potere, fa riferimento a termini quali Minne e Liebe, vale a dire a una dimensione quasi cortese e affettiva dell’amore, della quale Alberich dunque può fare tranquillamente a meno: 


WOGLINDE

Nur wer der Minne

Macht versagt,

nur ver der Liebe

Lust verjagt,

nur der erzielt sich den Zauber,

zum Reif zu zwingen das Gold

Solo chi dell’amore

la potenza rinnega,

Solo chi dell’amore

la gioia respinge,

Costui solo la magia conquista

di  costringere l’Oro in anello


In questo caso tuttavia l’accostamento di Lust a Liebe sta a dire della gioia piena e tangibile che l’amore procura: der Liebe Lust, la gioia dell’amore, dal punto di vista di chi questa gioia conosce (non certo Alberich)


Le successive apparizioni di Alberich (Oro del Reno, scene III e IV; Siegfried Atto II scene I e III; Götterdämmerung Atto II scena I) non presentano sostanziali difformità rispetto al quadro appena accennato, anche dal punto di vista musicale.

Sotto questo profilo, anzi, la figura di Alberich e del suo maligno disegno incombe su molti passi del Ring, ben prima che Wotan riveli la natura di quel disegno, il che avviene nell’atto II scena II della Walkiria. Qui Wotan racconta alla figlia Brünnhilde di avere appreso da Erda che Alberich ha corrotto una donna con l’unico fine di farle partorire un figlio, frutto dell’odio (Hagen), che avrà il compito di agire per conto del padre, fronteggiando l’eroe di stirpe divina (Siegfried). In questo preciso momento si comprende il senso di un motivo musicale che si era udito per la prima volta nella quarta scena dell’Oro del Reno, appena prima che Alberich scagli la sua Maledizione: 


Bin ich nun frei?

Wirklich frei?

Sono libero, ora?

Veramente libero?


e che poco oltre aveva accompagnato alcune misteriose parole pronunciate da Erda nella stessa scena:


Doch höchste Gefahr

führt mich heut’

Ma l’alto periglio

conduce oggi me

stessa, a te, qui


Un motivo inquietante, statico, minaccioso, dissonante, la cui natura “gestuale” è perfettamente coerente con la musica che ha accompagnato Alberich fino dalla sua prima apparizione: un motivo che di solito viene associato al misto di astio e rancore che alimenta il disegno di Alberich. Quella del nano é una trama nascosta, perché emerge in scena solo con l’apparire di Hagen in Götterdämmerung. Nondimeno ci è nota fin dell’oro del Reno e poi, con significato chiaro, dalla rivelazione di Wotan a Brünnhilde, nella seconda scena del II atto di Die Walküre:


nur Eines will ich noch:

das Ende,

das Ende! -

Und für das Ende

sorgt Alberich!

[…]

Vom Niblung jüngst

vernahm  ich die Mar’,

dass ein Weib der Zwerg bewältigt,

des Gunst Gold ihm erzwang:

Des Hasses Frucht

hegt eine Frau,

des Neides Kraft

kreisst ihr im Schoss


una cosa sola ancora voglio:

la fine,

la fine!

E per la fine

pensa Alberich!

[…]

Del Nibelungo or ora

ho appreso novella,

che il nano una donna ha forzato,

il cui favore l’oro a lui costrinse:

il frutto dell’odio

nutre una donna,

la forza dell’invidia

le fa doglia nel grembo


Un motivo minaccioso, e assai riconoscibile: una rapida ascesa, per lo più nel registro grave, o medio-grave (che delinea un profilo dissonante, per lo più di quarta eccedente) ed una instabilità ritmica dovuta ad un diffuso e insistito andamento sincopato.

Questo motivo ricorre frequentemente lungo tutto il Ring, a ricordare che mentre accade ciò che vediamo in scena (Wotan Brünnhilde, Mime, Siegfried…) la trama maligna di Alberich nascostamente procede, e Hagen sta già operando.

Da ultimo questo materiale è utilizzato (con molteplici varianti tanto della figura ascendente quanto delle sincopi, presentate - queste ultime - in tutte le varianti di tempo, di misura e di suddivisioni) quale fondamento dell’intero preludio e dell’intera prima scena del II atto di Götterdämmerung: quella - che davvero mette i brividi - dell’ultimo confronto (l’unico che vediamo in scena) tra padre e figlio, tra Alberich e Hagen. Qui la malvagità assoluta del Nibelungo emerge in modo, per così dire, grandioso: teatralmente e musicalmente uno dei momenti memorabili di tutta la storia del teatro musicale.


«È notte. Hagen, la Lancia al braccio, lo scudo al fianco, siede dormendo, appoggiato ad una colonna dell’atrio. La luna getta improvvisamente una luce cruda su di lui e le sue immediate vicinanze. Si scorge Alberico rannicchiato davanti a Hagen, le braccia appoggiate ai suoi ginocchi»


Il padre è rannicchiato ai piedi del figlio dormiente, cingendo i suoi ginocchi. 

Waltraute ha raccontato alla sorella Brünnhilde, nell’atto precedente, di come le sorelle Walkirie stiano ai piedi del padre Wotan, abbracciandogli i ginocchi, in segno di affetto, di sollecitudine, di consolazione.

Niente affetto, né consolazione in questa scena. Hagen dorme, ma forse è in un dormiveglia, o forse sogna il sogno di sempre, l’unico che è in grado di fare: Alberich il Nibelungo, suo padre, che lo richiama all’unico scopo per cui è stato generato, lo incita all’odio, ad essere fino in fondo strumento della sua invidia, della sua brama di riscatto, del suo desiderio di potere. Hagen dovrà essere fedele e leale a suo padre: dovrà uccidere Siegfried, e portargli via l’Anello.

La musica di questa scena è sinistramente percorsa dagli elementi che sopra abbiamo associato alla figura di Alberich. Quella musica allude (fino dall’Oro del Reno) alla maligna trama di Alberich: in questa scena essa si materializza nella figura di Hagen, che ne è solo predestinata emanazione.

Hagen obbedirà, e non per fedeltà al padre, ma solo perché è stato generato per odiare.

Brünnhilde invece ha disobbedito al suo tirannico padre. Ma non lo ha fatto per infedeltà: lo ha fatto in nome dell’amore.

Alberich e Wotan hanno molto in comune: ma ciò che profondamente li distingue viene efficacemente illuminato dal loro rapporto coi rispettivi figli.


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Padre e figlia


Già con la prima delle tre giornate della Tetralogia (Die Walküre) Wotan pone fine alle sue apparizioni in veste di padre degli déi. Come si è detto, infatti, in Siegfried Wotan apparirà, sì, in tutti e tre gli atti, ma nei panni di un Wanderer, un viandante. E in Götterdämmerung di Wotan avremo, attraverso la figlia Waltraute nel suo racconto alla sorella Brünnhilde (atto I scena III), solo la visione di un dio laconico ai limiti del mutismo, rassegnato alla prossima fine di tutto, e tuttavia circondato dall’amore e dai gesti affettuosi delle sue otto figlie, le Walkirie che, accovacciate ai suoi piedi, cingono le sue ginocchia e lo guardano meste e timorose, silenziosamente implorando che il padre si risvegli da quel vigile afflitto torpore.

Le ragioni del mesto distacco di Wotan sono certo legate alla sua consapevolezza del fatto che il meccanismo da egli stesso avviato (e il ruolo affidato a Siegfried) potrà produrre gli effetti desiderati solo se egli si asterrà da un qualsivoglia ruolo attivo. La condizione rinunciataria e profondamente malinconica, poi, deriva dalla consapevolezza che la ruota che conduce alla fine di tutto (come abbiamo visto nel paragrafo precedente) non può essere fermata. Il momento in cui Wotan diventa consapevole delle negative implicazioni del suo agire coincide con il suo colloquio con la moglie Fricka (Die Walküre, atto II scena I): di questo parleremo ampiamente più avanti […]. Ma il momento in cui una frustrazione irrimediabile si impossessa definitivamente del padre degli déi è quello in cui Wotan interagisce drammaticamente con i suoi due figli diletti: egli è infatti costretto dapprima a sostenere un aspro confronto con Brünnhilde (atto II scena II), poi a causare la morte di Siegmund (atto II scena V), e infine a punire Brünnhilde per la sua disobbedienza, privandosi per sempre della vicinanza e dell’affetto della figlia (atto III scena III).

Da questa complessa e articolata condizione deriva uno stato d’animo di profonda angoscia, dal quale Wotan-padre non si riprenderà mai.

Particolarmente dolorosi sono per Wotan gli sviluppi dei rapporti coi due suoi figli diletti, Siegmund e Brünnhilde (Sieglinde non interagisce in alcun modo col padre Wotan, solo ne sconta l’ira rifugiandosi nella foresta).

In scena il rapporto tra Wotan e Siegmund è limitato al tragico momento in cui il padre degli déi, per consentire ad Hunding la sua vendetta, oppone la sua Lancia ai fendenti della spada di Siegmund, che va in frantumi. Non una parola al figlio, solo la Lancia del potere e delle regole utilizzata in forza di quel potere e in ossequio a quelle regole:


Zurück vor dem Speer!

In Stücken das Schwert!

Indietro, di fronte alla Lancia!

In pezzi la spada!


La sofferenza per questa morte pervade l’ampia parte iniziale del colloquio di Wotan con la figlia, nella terza scena del III atto.

Wagner poeta e musicista ci dona un emozionante ritratto del rapporto tra la ragazza e il padre: un ritratto che ha le sue premesse nella seconda scena dell’atto II, quando Wotan è costretto a motivare alla figlia il mutamento della sua decisione circa le sorti del duello tra Hunding a Siegmund. Ma la scena finale del terzo atto, con la sua rapinosa bellezza poetica e musicale, entra nelle intime pieghe della relazione tra padre e figlia, consentendoci di scoprire quanto umanamente ricca e profonda essa sia. Questa scena verrà più diffusamente discussa più avanti. In questo contesto mette conto solo di sottolineare quanto, in contrapposizione con il raggelante e maligno rapporto padre-figlio Alberich-Hagen, quello tra Wotan e Brünnhilde sia ricco di parole e di gesti che rivelano un affetto profondo. Il padre degli déi, che pure sta imponendo alla figlia disobbediente una dura pena, non manca mai di guardarla con tenerezza, e anzi a questo affetto dà corpo coi gesti, come già aveva fatto nella II scena del II atto, quando, guardandola intensamente negli occhi, le carezzava i riccioli “con inconsapevole tenerezza”. Un padre autoritario ma amorevole.

Sarà sufficiente riportare qualche passo del testo poetico dal finale della Walkiria: il momento è quello del dolce addormentamento imposto da Wotan alla figlia (Die Walküre, atto III scena III):


Wotan

(sopraffatto e profondamente commosso, si volge vivamente verso Brünnhilde, la solleva dai suoi ginocchi e la guarda intenerito negli occhi)

Leb’ wohl, du kühnes,

herrliches Kind! […]

Addio, o fiera

superba fanciulla!

Tu del mio cuore

santissimo orgoglio!

Addio! Addio! Addio!

(con molta passione)

S’io ti debbo evitare,

se amorosamente non è lecito

più che io ti saluti il mio saluto;

se dunque non più dovrai

accanto a me cavalcare,

né idromele porgermi al convito;

s’io debbo perdere

te, ch’io amavo,

o ridente riso dei miei occhi

[…]

(Brünnhilde cade con esaltazione commossa sul petto di Wotan: egli la tiene lungamente abbracciata. Ella ritrae nuovamente il capo, e guarda intenerita, solennemente Wotan negli occhi, tenendolo ancora sempre abbracciato)

Der Augen leuchtendes Paar

Degli occhi la coppia lucente,

che spesso sorridendo vezzeggiavo,

quando la gioia del pugnare

un bacio ti compensava,

quando con balbettìo infantile

la lode dell’eroe

dalle dolci labbra ti fluiva […]

per l’ultima volta

mi rallegri oggi

dell’addio con

l’ultimo bacio!

[…]

(Le prende il capo tra le due mani)

(La bacia lungamente sugli occhi. Ella ricade all’indietro coni gli occhi chiusi, dolcemente esaurendosi, tra le sue braccia. Egli la guida con tenerezza a giacere su un basso tumulo […])


Non c’è bisogno d’altro, credo.


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Brünnhilde e Siegfried


Nella scena finale del III atto del Siegfried, con un bacio Siegfried sveglia Brünnhilde dal sonno incantato, i due superano le rispettive individualità per accogliere e vincere le rispettive paure, e ciascuno dei due apprende l’emozione dell’altro: è un momento straordinariamente intenso, pieno di incandescente lava musicale.

Ma non è di questo che desidero parlare qui: ce ne occuperemo a tempo debito.

In questa sede intendo invece anticipare al lettore qualche considerazione su un nodo cruciale della vicenda: i complessi sviluppi del rapporto tra Siegfried e Brünnhilde dal momento in cui trascorrono la loro prima (e, sembrerebbe, unica) notte d’amore, al momento in cui le fiamme divorano entrambi (e il povero Grane, il destriero di Brünnhilde).

Questo aspetto, per inciso, è anche quello che offre probabilmente gli snodi narrativi più delicati dell’intero Ring: non tutto è perfettamente chiaro. 

I due sono predestinati a incontrarsi, per salvare il mondo (non dalla fine ma) da una fine senza rimedio. La ciclicità degli eventi cosmici prevede inevitabilmente che ogni tanto tutto si ingarbugli al punto tale che l’universo non possa fare altro che scrollarsi di dosso le contraddizioni e le aporie. I cicli cosmici non vedono l’alternanza di Male e Bene, ma la loro costante coesistenza. Come abbiamo visto, tenere in equilibrio queste due forze consuma l’energia di cui il sistema dispone e ogni tanto… il filo si spezza, come dicono le Norne nel Prologo del Crepuscolo degli dèi. Tutto finisce: questo è certo. Alles was ist, endet, ci informa Erda nella quarta scena dell’Oro del Reno. La fine è inevitabile, la ruota non si può fermare: il punto è il come. Il compito di Siegfried in realtà non è quello di recuperare l’Anello e restituirlo al Reno: questo, anche se in modo un po’ contorto, puntualmente accade, e ciononostante tutto finisce. La missione di Siegfried, piuttosto, è di condividere il cammino con Brünnhilde e di immolarsi con lei. Solo il sommo sacrificio, nutrito dall’Amore, consente di restituire al sistema energia sufficiente perché tutto possa riprendere, perché dunque la fine non sia un vortice oscuro senza rimedio e senza riscatto.


Ma perché questo possa accadere non è sufficiente il fatto in sé che Siegfried e Brünnhilde si incontrino e si amino: occorre che il loro cammino sia faticoso, occorre che tra di loro accadano cose umanissime come il tradimento e la conquista del perdono.

Il tutto, s’intende, in un contesto costantemente in bilico tra leggendario, mitologico ed epico (vale a dire una intricata rete di linguaggi, di registri espressivi e di strategie narrativo-drammaturgiche, che in mani meno esperte genererebbe un coacervo indigeribile). Un bel pasticcio: ci vorrebbero, coi tempi narrativi di Wagner, due opere solo per questo, e il Ring sarebbe un’altra cosa.

Perché ci sia il perdono occorre che si sia una colpa, o quanto meno occorre che qualcuno ritenga sussistente una colpa. Nella maggior parte delle fonti leggendarie Siegfried è uno spaccone e un farfallone, un fedifrago, insomma. Anche il Siegfried wagneriano mantiene atteggiamenti da gradasso, e per di più tradisce Brünnhilde: ma Wagner lo mette al riparo da ogni colpa, attraverso l’espediente del filtro dell’oblio che Hagen gli fa somministrare, ingannandolo. Dunque noi, per quanto tutto ci possa apparire inverosimile, che ci piaccia o no dobbiamo assolvere Siegfried, che ha tradito ma era … incapace di intendere e di volere. Ma Brünnhilde non sa quello che sappiamo noi: non sa del filtro, non sa che Siegfried è stato ingannato. Questo è il punto. Lei non sa, e dubita di lui.


La situazione che si crea nel Crepuscolo degli dèi è complessa: Vediamola sommariamente:

        una volta assunta la pozione dell’oblio, Siegfried, dimentico di Brünnhilde, si innamora di Gutrune: per ottenere costei in sposa promette al di lei fratello Gunther, in cambio, di procurargli una sposa meravigliosa, che solo lo stesso Siegfried sa come andare a prendere: Brünnhilde;

        grazie al Tarnhelm Siegfried assume le sembianze di Gunther, e dunque come Gunther (ma con la forza di Siegfried) varca le fiamme, vince la resistenza di Brünnhilde e le sottrae l’Anello;

        Brünnhilde non comprende come questo sia possibile, perché lei è certa che solo Siegfried avrebbe potuto varcare le fiamme e strapparle l’Anello, mentre l’uomo che l’ha sottomessa per lei non è Siegfried, e dice anzi di chiamarsi Gunther;

        l’uomo che a Brünnhilde dice di chiamarsi Gunther giace con lei, senza tuttavia toccarla (Siegfried infatti ha giurato di portare a Gunther una sposa vergine);

        quando Siegfried e Brünnhilde si vedono, presso la reggia dei Ghibicunghi, la donna non capisce: Siegfried, il suo amato, pare non riconoscerla e per di più sta a braccetto con un’altra; inoltre lo stesso Siegfried indossa l’Anello, che la sera prima uno sconosciuto (sedicente Gunther) le aveva tolto con la forza.


Ecco il nodo: Brünnhilde non capisce (e questo è comprensibile), ma non resiste alla tentazione di dubitare immediatamente di Siegfried. Non concede all’uomo, e a sé stessa, nemmeno l’ombra di una possibilità, e imprime alla vicenda la spinta che condurrà alla morte di Siegfried: Brünnhilde non capisce, per cui dubita di Siegfried, per cui lo condanna, per cui si rende complice (con Hagen e Gunther) del suo omicidio.

E dato che Wagner, con la faccenda del filtro dell’oblio, ha messo Siegfried al riparo da ogni colpa, Brünnhilde di fatto deve assumere intera su di sé la colpa del dubbio, la colpa della ingiusta condanna, la colpa dell’omicidio.

Solo quando ha contezza dell’errore la donna può compiere il passo estremo: Brünnhilde diviene consapevole del disegno di Wotan, al quale l’agire di Siegfried era fin dall’inizio destinato, e con con supremo gesto d’amore purifica sé stessa dalla colpa, salvando il mondo da una fine priva di redenzione.

Alcuni (non registi, dico, ma studiosi) non concordano con questa interpretazione del finale: ma le ultime sette battute del Ring dovrebbero togliere ogni dubbio…


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Tutti i personaggi del Ring, in ordine alfabetico


Alberich

Padre di Hagen, fratello di Mime e Signore dei Nibelunghi (nani che vivono sottoterra, in Nibelheim). Alberich ha rinunciato all’amore e per questo ha potuto forgiare un Anello che rende onnipotenti, ricavato dall’Oro rubato nel fondo del Reno.

Perde l’Anello ad opera di Wotan, ed a causa di ciò maledice l’Anello stesso e tutti i suoi successivi possessori, ma vuole comunque ricuperarlo, e attraverso esso annientare gli dèi e dominare il mondo. Non riesce a persuadere il Drago (Fafner) a cedere l’Anello: rassegnato a contenderne la proprietà a Mime, si rallegra quindi per la morte del fratello. Corrompe la Regina Grimhilde per persuaderla a dargli un figlio, Hagen. Come Wotan ha generato la discendenza da cui è nato Siegfried, per ristabilire il dominio sull’Anello, così per la stessa ragione è stato generato Hagen.

Baritono

Appare in: Das Rheingold, Siegfried, Götterdämmerung


Brünnhilde

Walkiria, figlia di Wotan ed Erda. Per aver aiutato Siegmund nel suo duello con Hunding viene punita da Wotan e condannata a dormire su una roccia, protetta da un fuoco. Diventa sposa di Siegfried, che è riuscito a varcare il fuoco ed a baciarla risvegliandola. Come pegno d’amore riceve da Siegfried l’Anello maledetto. In seguito è costretta da Siegfried (che l'ha dimenticata a causa di un maleficio) a diventare sposa di del Re Gunther. Partecipa alla congiura per uccidere Siegfried. Si rende conto troppo tardi che l’amnesia di Siegfried è stata indotta malignamente da Hagen, e fa ammenda degli errori commessi da Wotan restituendo l’Anello alle Figlie del Reno e unendosi a Siegfried nella morte durante la catastrofe finale.

Soprano

Appare in: Die Walküre, Siegfried, Götterdämmerung


Donne

Donne della corte dei Ghibicunghi e ancelle di Gutrune. Sono presenti alla accusa di tradimento contestata a Siegfried ed alla catastrofe finale

Soprani

Appaiono in: Götterdämmerung


Donner

Fratello di Fricka, Freia e Froh. Dio del tuono

Baritono

Appare in: Das Rheingold


Erda

Divinità della Terra, madre delle tre Norne e di Brünnhilde. Conosce il destino di tutto. Ammonisce Wotan a cedere l’Anello maledetto, e profetizza la caduta degli dèi. Deplora la punizione che Wotan ha inflitto alla figlia Brünnhilde. Rifiuta di dare consigli a Wotan su come restituire prosperità alla stirpe divina.

Contralto

Appare in: Das Rheingold, Siegfried


Fafner

Gigante, fratello di Fasolt, col quale ha edificato Walhall su richiesta di Wotan. Avido, uccide il fratello per impossessarsi dell’Anello maledetto. Si trasforma in drago grazie al Tarnhelm (elmo magico), e come drago nella foresta custodisce il tesoro dei Nibelunghi. Viene ucciso da Siegfried, ma prima di morire lo avverte di diffidare di Mime.

Basso

Appare in: Das Rheingold, Siegfried (come Drago)


Fasolt

Gigante, fratello di Fafner, col quale edifica Walhall. È il più mite dei due, sensibile al fascino dell’amore e di Freia. Viene uccise da Fafner

Basso

Appare in: Das Rheingold


Figlie del Reno

Woglinde, Wellgunde e Flosshilde sono le tre ondine guardiane dell’Oro del Reno. Più disinvolte e imprudenti, le prime due rivelano ad Alberich il segreto dell’Oro del Reno e dell’Anello: il Nibelungo rube l’Oro per forgiare l’Anello del Potere. Le tre ondine cercano di convincere Siegfried a rendere l’Anello, ma inutilmente, e gli preannunciano la morte. Alla fine Brünnhilde rende loro l’Anello, e Hagen, immergendosi nel Reno per cercare di recuperarlo, viene trascinato da Woglinde e Wellgunde, e annega.

Soprano, soprano, mezzo-soprano

Appaiono in: Das Rheingold, Götterdämmerung


Freia

Chiamata anche Holda, è colei che ha cura delle Mele d’Oro della giovinezza, cibo degli dèi. Sorella di Fricka, Donner e Froh. Viene presa in ostaggio dai due giganti: per il suo riscatto Wotan deve appropriarsi del tesoro di Alberich.

Soprano

Appare in: Das Rheingold


Fricka

Moglie di Wotan, sorella di Freia, Froh e Donner. Protegge il vincolo del matrimonio. Obbliga Wotan ad essere complice nella uccisione di Siegmund.

Mezzo-soprano

Appare in Das Rheingold, Die Walküre


Froh

Fratello di Fricka, Freia e Donner. Crea il ponte arcobaleno attraverso il quale gli dèi fanno il loro ingresso in Walhall

Tenore

Appare in: Das Rheingold


Gunther

Re dei Ghibicunghi, fratello di Gutrune, fratello uterino di Hagen, che lo induce ad una ingannevole alleanza con Siegfried. Riceve Brünnhilde dalle mani di Siegfried, ma si unisce al complotto ai danni di Siegfried stesso. Contende il possesso dell’Anello ad Hagen, dal quale viene ucciso.

Baritono

Appare in: Götterdämmerung


Gutrune

Sorella di Gunther, e sorella uterina di Hagen. Si lascia coinvolgere nella macchinazione ai danni di Siegfried.

Soprano

Appare in: Götterdämmerung


Hagen

Figlio di Alberich e della Regina Grimhilde (madre di Gunther e Gutrune). Il suo compito è quello di recuperare ad ogni costo l’anello e il Tesoro del Nibelungo. Sua la macchinazione della amnesia temporanea di Siegfried, il fidanzamento di quest’ultimo con Gutrune, l’inganno ai danni di Brünnhilde e il finto matrimonio di coetsi con Gunther. Uccisore di Siegfried (e di Gunther) finisce annegato, trascinato tra i flutti dalle Figlie del Reno.

Basso

Appare in Götterdämmerung


Hunding

Marito di Sieglinde contro la volontà di lei, protetto da Fricka. Guerriero. Uccide Siegmund in duello e viene ucciso da Wotan

Basso

Appare in: Die Walküre


Loge

Guizzante e astuta divinità del fuoco, fa parte della stirpe divina, ma è cinicamente critico nei confronti degli altri dèi.

Tenore

Appare in: Das Rheingold

Fiammeggia in: Die Walküre e Götterdämmerung


Mime

Nibelungo, abilissimo fabbro, fratello di Alberich. Alleva Siegfried, ma col fine di indurlo a conquistare il Tesoro dei Nibelunghi, per cui spinge il ragazzo all’incontro con il Drago (Fafner). Cerca poi di avvelenare Siegfried, che tuttavia lo uccide.

Tenore

Appare in: Das Rheingold, Siegfried


Nibelunghi

Nani, minatori, resi schiavi da Alberich e costretti ad accrescere il suo tesoro.

Appaiono in: Das Rheingold


Norne

Tendono e svolgono la fune del tempo, nei pressi del pozzo del sapere, e del frassino che sostiene il mondo.

Hanno visione del passato, del presente e del futuro

Contralto, mezzosoprano, soprano

Appaiono in: Götterdämmerung


Siegfried

Figlio di Siegmund e Sieglinde (dunque nipote di Wotan, ma anche di Bünnhilde). È l’eroe senza paura che Wotan ha predestinato alla salvezza degli dèi. Viene allevato da Mime, e riesce a riforgiare la spada del padre Siegmund, ad uccidere il Drago (Fafner), a recuperare l’Anello ed il Tarnhelm. In seguito uccide Mime, vince l’interposizione del Wanderer/Wotan spezzando la sua Lancia, varca il fuoco che protegge Brünnhilde, la risveglia baciandola, e si unisce a lei. Perde la memoria a causa dell’inganno di Hagen e, dimentico dell’amore di Brünnhilde, la conquista per conto di Gunther, avendo assunto le sue sembianze attraverso il Tarnhelm. Ignora l’avvertimento delle Figlie del Reno, che gli chiedono di cedere l’Anello, riacquista la memoria di Brünnhilde, e viene ucciso da Hagen.

Tenore

Appare in: Siegfried, Götterdämmerung


Sieglinde

Figlia di Wotan e di una donna mortale, costretta sposa di Hunding, gemella e amante di Siegmund, muore partorendo il figlio Siegfried

Soprano

Appare in: Die Walküre


Siegmund

Figlio di Wotan e di una donna mortale, gemello e amante di Sieglinde, dunque padre di Siegfried. Condannato dal padre Wotan, muore colpito in duello da Hunding

Tenore

Appare in: Die Walküre 


Uccellino della foresta

Nella fiaba la Voce dell’Uccellino della foresta materializza con grande delicatezza la voce interiore di un adolescente che sta per entrare nell’età adulta, con il desiderio di identità, la pulsione libertaria e … la tempesta degli ormoni. Il Ragazzo-che-non-conosce-la-paura è pronto per affrontare l’avventura (l’Uccisione del Drago e la Conquista del Tesoro), per poi affrancarsi dai legami vincolanti (l’Uccisione di Mime, la distruzione della Lancia di nonno Wotan-Wanderer): solo a questo punto, è pronto per fare i conti con quanto è altro-da-sè, e corre verso la compagna che inconsapevolmente e istintivamente cerca, e con la quale conoscerà e supererà la paura del darsi e del ricevere. A indicargli le tappe di questo cammino la dolce Voce dell’Uccellino della Foresta: è il suono dell’Istinto di Siegfried che svolazza felice cinguettando.

Soprano

Appare in: Siegfried


Walkirie

Vergini guerriere, cavalcano cavalli alati. Sono figlie di Wotan (solo di Brünnhilde si conosce la madre, Erda). Conducono sui loro cavalli fino a Walhall gli eroi più valorosi, predestinati alla sconfitta in battaglia per essere poi risvegliati nella rocca degli dèi con l’idromele, ed essere ammessi alla schiera eletta della guardia degli dèi.

Il nome Brünnhilde è leggendario; gli altri nomi delle Walkirie sono invece d’invenzione wagneriana, e alludono ad attributi caratteristici di ognuna delle guerriere: Rossweisse, per esempio, è “colei che cavalca un bianco stallone”, Siegrune è “colei che reca le Rune della vittoria”, Helmwige, “guerriera con elmo”, Schwertleite “colei che è armata di spada”… 

Gerhilde, soprano; Waltraute, mezzo-soprano; Ortlinde, soprano; Helmwige, soprano; Schwertleite, contralto; Siegrune, contralto; Rossweisse, contralto; Grimgerde, contralto; Brünnhilde, soprano

Appaiono in: Die Walküre (Brünhilde anche in Siegfried e Göttertdämmerung; Waltraute anche in Götterdämmerung).


Vassalli

Obbedienti seguaci di Hagen, con il compito di essere testimoni del presunto tradimento di Siegfried ai danni del re Gunther e, se necessario, di scagionare il loro padrone per aver giustiziato il traditore.

Coro di tenori e bassi

Appaiono in: Götterdämmerung


Waltraute

Quella delle sorelle Walkirie che assume il compito di convincere Brünnhilde a restituire l’Anello alle Figlie del Reno. Annuncia il Crepuscolo degli dèi, del quale è testimone.

Mezzo-soprano

Appare in: Die Walküre, Götterdämmerung


Wanderer

Wotan, signore degli dèi, vaga per il mondo e osserva lo svolgersi degli eventi: le sembianze sono quelle di un Viandante, lungo mantello azzurro scuro e un grande cappello con tesa larga, ma per bastone ha una lancia. Sfida e sconfigge Mime in una gara di indovinelli, ma risparmia la vita al perdente, pur prevedendone la morte per mano di “un eroe che non conosce la paura”. Interrompe il cammino di Siegfried verso la roccia di Brünnhilde, ma la sua lancia viene spezzata dalla spada di Siegfried

Baritono

Appare in: Siegfried


Wotan

Signore degli dèi, marito di Fricka, padre di Siegmund, Sieglinde, Brünnhilde e delle otto altre Walkirie. Domina il mondo dalla sua potente rocca, Walhall, edificata dai giganti Fafner e Fasolt: per ricompensarli del lavoro ruba l’Oro, il Tarnhelm e l’Anello ad Alberich. Vìola i patti da lui stesso contratti, e spaccia false promesse: per trarsi d’impaccio dalle conseguenze genera la stirpe dei Velsunghi: dai figli gemelli Siegmund e Sieglinde nasce Siegfried, l’eroe predestinato a rimediare agli errori del nonno Wotan ed a restituire l’Oro al Reno. Wotan tuttavia Wotan è costretto dalla moglie Fricka a non proteggere il figlio Siegmund alle prese con le pretese di vendetta di Hunding. Inoltre punisce la figlia Brünnhilde per la disobbedienza (consistente nell’aver prestato aiuto a Siegmund nel duello con Hunding): la Walkiria viene ripudiata dal padre e costretta a dormire su una roccia. Acconitentando la figlia, protegge il suo sonno con un fuoco che solo un eroe potrà varcare.

Wotan non può mutare il corso delle cose, e decide che le fiamme divorino Walhall e, con lui, gli altri dèi: ciò accadrà dopo l’uccisione di Siegfried, nella scena finale del Ring.

Baritono

Appare in: Das Rheingold, Die Walküre (come Wanderer in Siegfried)


(Una citazione meritano infine Sintolt l’Hegelingo e Wittig l’Irmingo, gli unici nominati nel testo, in rappresentanza della guardia scelta di Wotan. Essi sono infatti guerrieri morti in battaglia, destinati a salire a Walhall sui cavalli alati delle Walkirie Helmwige e Ortlinde, nella celeberrima scena della Cavalcata)


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Miscellanea fantastica (in ordine alfabetico)


Acqua del Fiume Reno

Il Padre-Reno è fiume sacro: l’acqua che vi scorre risuona col suono ancestrale della creazione, e le profondità ospitano e custodiscono la pura ricchezza della natura, l’Oro. L’acqua preserva l’Oro dalla brama di ricchezza. Ma quando il desiderio di potere avrà prodotto fino all’ultima le sue tragiche conseguenze sarà l’Acqua del Padre-Reno, esondando e tutto travolgendo, a ripristinare (insieme al fuoco) il primato della Natura.


Anello del Nibelungo

La sua manifattura unisce alla perizia artigianale il requisito del possesso di una abilità che deriva da un sortilegio: qualsiasi bravo artigiano, infatti, saprebbe dall’Oro del Reno ricavare un anello, ma questo particolare Anello conferisce Potere in cambio di una necessaria Rinuncia all’Amore, rinuncia che dunque l’Anello incorporerà fino a quando non verrà restituito al Reno, dalle cui profondità fu rubato l’Oro da cui venne forgiato l’Anello..

L’Anello quindi è anche Anello della Maledizione (quella scagliata dal Nibelungo, quando ne viene ingiustamente privato): essa annienta tanto chi lo possiede quanto chi lo vuol possedere.

L’Anello tuttavia è anche Pegno d’Amore: come tale Siegfried lo consegna a Brünnhilde.

Ma soprattutto, l’Anello appartiene legittimamente solo a chi ha operato la rinuncia originaria, necessaria per ottenerlo: l’Anello è del Nibelungo.


Attrezzi dell’officina di fabbro

L’officina di Mime, la sua grossa fucina da fabbro, con gli attrezzi necessari: mantice, incudine, martelli…

Il fabbro è esperto, l’officina è attrezzata. Ma tutto è inutile: per forgiare la Spada, Notung, occorre qualcosa in più, l’audacia e l’istinto di Siegfried, che fabbro non è.


Cavalli delle Walkirie

Giumente e stalloni alati, dai campi di battaglia, condotti dalle vergini amazzoni, volano verso Walhall col loro carico di eroi-cadaveri da rianimare. Ogni Walkiria ha il suo cavallo, ma solo tre sono nominati: la Bigia e il Morello (Graun, Braun), rispettivamente la giumenta di Ortlinde e lo stallone di Waltraute; poi c’è Grane, il fido destriero alato di Brünnhilde (su Grane: vedi infra)


Corno

Non solo è lo strumento musicale in dotazione a Siegfried, ma “È” Siegfried. Un corno d’argento, che Mime gli ha fabbricato: Siegfried lo tiene appeso al collo. Lo suona per cercare compagnia umana: un richiamo al quale Siegfried attende vanamente risposta, in una foresta popolata solo da animali. Lo squillo di quel corno identifica anche Siegfried-Eroe: gagliardo e baldanzoso.


Drago

In ogni fiaba che si rispetti ce n’è almeno uno. Quello del Ring altri non è che il gigante Fafner, mutato in Drago grazie all’Elmo magico: ingombrante deterrente per chiunque voglia avvicinarsi al Tesoro, dato che il Drago/Fafner ci si è spaparanzato sopra e sonnecchia ottusamente. Un possesso del tutto inutile, una ricchezza inoperosa: Fafner, che per ottenerla ha ucciso il fratello Fasolt, ora non sa che farsene.

Il Drago morente ha un sussulto di tenerezza per quel ragazzone ingenuo che lo ha ferito a morte: lo mette in guardia dalle maligne intenzioni di Mime.


Filtro dell’Oblio (e relativo antidoto)

Mentre in Tristan und Isolde il Filtro d’amore (e di morte) è il centro di un reticolo concettuale e simbolico che copre tutti e tre gli atti (per comprenderne il senso occorre giungere ai grandi monologhi di Tristan del terzo atto), nel Ring Wagner accoglie senza ritegno la quota di inverosimiglianza che ogni pozione magica reca con sé. Quindi, semplicemente: Siegfried assume il filtro e dimentica, assume l’antidoto e torna a ricordare. On-off. Ed è chiaro che l’espediente del filtro serve a Wagner per mitigare l’infingardaggine del fedifrago che è il contrassegno del Siegfried leggendario: nelle fonti cui Wagner attinse, infatti, Siegfried è infedele per natura; nel Ring invece tradisce perché gli hanno somministrato la pozione.


Frassino

C’è il frassino “cosmico”, l’albero che regge tutti i mondi e ne è impalcatura. Ne racconta la cosmogonia norrena (vedi cap. 1.2), e ne parla la Prima Norna nel Prologo di Götterdämmerung: la fonte del potere di Wotan è il ramo di quel frassino da cui il dio ricavò la sua Lancia; ma la ferita in tal modo inferta al frassino, nel corso di lunghi tempi, ne determinò il rinsecchimento, causa del Ragnarök (vedi cap 1.2). Del frassino come albero magico e misterioso raccontano infinite leggende celtiche, druidiche, irlandesi, norrene

C’è però nel Ring anche un frassino domestico, chiara ramificazione di quello cosmico: in esso, nella dimora di Hunding, Wotan ha infitto saldamente la Spada che solo il figlio Siegmund potrà svellere (Die Walküre, atto I, scena III). 


Fuoco

Il fuoco guizzante e inafferrabile: Loge (Das Rheingold)

Il fuoco magico che protegge la bella addormentata Brünnhilde (Die Walküre)

Il fuoco della fucina di Mime, che l’istinto e la forza di Siegfried costringono ai suoi intenti (Siegfried).

Il fuoco che tutto distrugge e tutto purifica (Götterdämmerung).

Il Ring, insomma, è tutto un fuoco.


Grane

Il fido destriero alato di Brünnhilde (vedi, supra: Cavalli delle Walkirie).

Dei nove cavalli alati che compaiono nel Ring è il più importante: segue Brünnhilde-Walkiria; pascola pacifico chissà per quanto (direi circa diciassette-diciotto anni) accanto alla bella addormentata e protetta dal fuoco; poi accompagna Siegfried nella sua breve avventura presso i Ghibicunghi; infine, poveretto, subisce la sorte brûlé di Brünnhilde, anzi ne costituisce insieme alla sua amazzone icastica rappresentazione.

Resta da chiedersi una cosa: il bacio di Wotan che addormenta Brünnhilde priva la ragazza dei suoi requisiti sovrannaturali; dunque, se Grane segue le sorti della sua amazzone, perde le ali?


Idromele

Potentissimo energy-drink a base di miele fermentato. Dopo la sconfitta e il decesso in battaglia e un viaggio non proprio confortevole in giro per i cieli in groppa a strani cavalli alati, per i valorosi guerrieri-cadaveri il cocktail di benvenuto servito a Walhall dalle Walkirie ha un effetto miracoloso: fa resuscitare i morti.


Lancia (di Wotan)

Arma e codice delle leggi insieme, forza e fragilità: Wotan può comandare ma deve obbedire. La sua Lancia è appuntita, ma il suo Potere è spuntato. Insieme all’Anello del Nibelungo è l’oggetto più importante del Ring.


Mele d’oro

Il cibo degil dèi. L’ambrosia delle divinità olimpiche é (non si sa bene) nettare, miele, idromele o vino. Gli dèi del Ring, invece, mangiano mele. Una mela al giorno toglie il medico di torno, si sa: ma se si tratta delle Mele d’oro coltivate da Freia, l’eterna giovinezza è assicurata. Almeno, così dice la pubblicità.


Notung

La Spada passa di padre in figlio (Wotan - Siegmund - Siegfried), e conferisce oltre al vigore la virilità. Siegmund, infatti, solo dopo averla estratta dal frassino può possedere Sieglinde; Siegfried può possedere Brünnhilde solo dopo avere, con quella Spada, conquistato la libertà, spezzando la Lancia di Wotan). 

La prima plastica dimostrazione della potenza di Notung ha un sottotesto inequivocabile: Siegfried, terminato di forgiare la spada, con un fendente “batte sull’incudine, che si spacca dall’alto in basso”.

Siegfried tuttavia usa la Spada anche come invalicabile barriera anti-sesso.

Di Notung, insomma, dovremo riparlare un bel po’.


Oro

Riposa in fondo al Reno, e lì deve stare, mirabile, intatto, indesiderato. Così la Natura vuole. Così anche le Rune vogliono, perché quell’Oro è potenziale suscitatore di cupidigia e di conflitti. Come ogni cosa nel Ring il principio di ordine incorpora il disordine, il bene il male, la vita la morte, la pace la guerra: l’Oro puro la torva Maledizione.

L’Oro-ricchezza è invece la misura del Valore: in Das Rheingold la prigioniera Freia è così preziosa che va riscattata a peso d’oro, va letteralmente ricoperta d’oro.

Infine l’Oro-accumulo: il Tesoro di Alberich il Nibelungo, al quale in realtà per dominare sarebbe sufficiente l’Anello, eppure costringe i Nibelunghi ad accumulare oro senza tregua, solo per possederlo. Anche Fafner è detentore della ricchezza improduttiva generata dallo sfruttamento di quella manodopera proletaria, è proprio quel deprecabile tipo di capitalista: Ich lieg’ und besitz’, Io posseggo e giaccio, risponde sbadigliando Fafner al Wanderer. Sto qui a covare il mio Oro: il mio tesssoro…


Orso Bruno

Bruno fa una fugace apparizione accanto a Siegfried, che se lo porta al guinzaglio per spaventare Mime aizzandolo contro di lui. Non c’è dubbio, a quel punto del racconto l’Orso Bruno è l’alter-ego di Siegfried: il ragazzo infatti possiede la stessa forza e - pare - la stessa capacità riflessiva.


Ponte arcobaleno

Nel Ring i trasporti terrestri sono affidati, prosaicamente, a gambe e piedi (solo Fricka, da vera star, entra in scena su uno spettacolare carro tirato da due arieti), ma quelli aerei stupiscono per i grandi effetti speciali, non c’è che dire: cavalli alati, e (appunto) una fantastica scala mobile fatta dei colori dell’iride, opera della Donner Engineering Company.


Sangue di Drago

Anche in questo caso, come per il Filtro dell’Oblio (vedi supra) Wagner attinge al fiabesco puro: il Sangue di una creatura incantata produce incantesimo, in questo caso attribuisce a Siegfried super-poteri (comprendere il linguaggio degli animali, leggere nel pensiero).

Il fratricida Fafner, quasi trasformato in Gigante-buono in articulo mortis, vuole giovare al suo uccisore Siegfried mettendolo in guardia contro Mime: lo fa a parole, prima di emettere l’ultimo sospiro, ma Siegfried non pare dargli ascolto. Per fortuna c’è il Sangue Incantato.


Tarnhelm (Elmo Magico)

Prima dell’avvento di Facebook, Tarnhelm è il modo più comodo per dissimulare la propria identità. Basta immaginare di essere qualcuno, qualcosa, o nessuno, e si diventa quel qualcuno, quel qualcosa o ci si rende invisibili. Non a caso, insieme all’Anello, è l’oggetto magico più desiderato del Ring.


Tesoro

Vedi: Oro


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Scansione temporale degli eventi rappresentati


L’Oro del Reno, abbiamo detto, inizia in un tempo … senza tempo: è il tempo prima che il tempo inizi a scorrere.

Nel tempo non misurabile che intercorre tra la fine dell’Oro del Reno e l’inizio della Walkiria, Wotan (lo apprendiamo nella prima giornata, Die Walküre, atto II) si è unito a una donna umana, dando inizio alla stirpe umana dei Velsunghi.

E proprio con Die Walküre il tempo inizia a scorrere secondo il parametro degli umani. Nelle poche intensissime ore di tempo rappresentato in cui l’azione si svolge i due gemelli si amano e Sieglinde concepisce il figlio che si chiamerà Siegfried. Tra la fine della Walkiria e l’inizio del Siegfried devono trascorre quei pochi anni necessari perché Siegfried nasca e cresca nella foresta con Mime fino a diventare un ragazzone - immaginiamo di diciassette o diciotto anni - che non conosce la paura. Le sue vicende nella Seconda giornata (Siegfried) e nella Terza (Götterdämmerung) paiono essere in perfetta continuità cronologica: la vita dell’eroe, il suo incontro con Brünnhilde, il loro sacrificio, tutto accade in pochi giorni. Poniamo che Siegfried inizi un lunedì mattina: la scena finale di Götterdämmerung avrebbe così luogo nella notte tra il venerdì e il sabato della stessa settimana (sul punto, come dirò fra poco, le opinioni divergono).


Siegfried Atto I

LUNEDÌ, GIORNO

[azione: Mime e Siegfried. Mime e il Wanderer. Siegfried e Notung]

L’indicazione si trova all’inizio della Scena III: Mime guarda con gli occhi sbarrati dritto davanti a sè nella foresta illuminata dal sole


Siegfried Atto II

NOTTE TRA LUNEDÌ E MARTEDÌ

MARTEDÌ, GIORNO

[azione: Alberich e Wotan nella foresta. Siegfried e Mime nella foresta. Siegfried uccide il Drago. Siegfried uccide Mime].

Indicazione all’inizio dell’Atto II: Notte oscura, più che mai densa sul fondo...

Indicazione alla fine della scena I: Crepuscolo del mattino

Indicazione all’inizio della Scena II: Sul fare del giorno entrano Mime e Siegfried

Indicazione verso la fine della Scena III, dopo l’uccisione di Fafner: È mezzogiorno


Siegfried Atto III

NOTTE TRA MARTEDÌ E MERCOLEDÌ

MATTINA/GIORNATA DEL MERCOLEDÌ

[azione: Wotan ed Erda. Siegfried e Wotan. Siegfried e Brünnhilde].

Indicazione all’inizio della Scena I: Notte, turbine, uragano...

Indicazione all’inizio della Scena III: il vapore lascia scorgere il sereno azzurro cielo del giorno


Götterdämmerung Prologo

NOTTE TRA MERCOLEDÌ E GIOVEDÌ

ALBA DEL GIOVEDÌ

[azione: le Norne. Commiato tra Siegfried e Brünnhilde].

Indicazione all’inizio del Prologo Parte I: Sulla rupe delle Walkirie (come nel finale della seconda giornata). Notte

Indicazione alla fine del Prologo Parte I: Albori del giorno - Aurora nascente

Subito dopo le parole Aurora nascente la scena, senza altre indicazioni, mostra Siegfried e Brünnhilde che “escono dalla stanza scavata nella roccia”. Tutto lascia pensare che il luogo dell’azione sia lo stesso della prima parte del Prologo (che è poi dichiaratamente lo stesso del Terzo atto di Die Walküre, vale a dire la Rupe delle Walkirie, e di conseguenza della Scena III Atto III di Siegfried) e che Brünnhilde e Siegfried entrino in scena simultaneamente alla espressione di terrore delle Norne alle prese con la fune strappata e con i foschi presagi che ciò comporta. Si tratta di una ardita giustapposizione di piani temporali reciprocamente incompatibili: le Norne sono creature sovrannaturali, e per di più tendono la fune lungo la quale passato presente e futuro (dunque: il tempo) assumono senso in un contesto cosmico. Dunque il tempo delle Norne non è affatto quello degli eventi umani scanditi da orologi e calendari. Viceversa l’uomo e la donna che “escono dalla stanza scavata nella roccia”, per quanto abbiano origini e frequentazioni divine o semi-divine, sono semplicemente un uomo e una donna, mortali, per i quali il tempo è scandito dai ritmi dell’esistenza: Siegfried, nipote di Wotan ma figlio di mortali (Siegmund e Sieglinde), è nato in questa condizione; Brünnhilde, figlia di dèi (Wotan ed Erda) è divenuta donna mortale al risveglio dal sonno incantato.

Resta quindi da comprendere quanto tempo mortale sia trascorso tra l’esplosione passionale del finale del Siegfried e l’apparizione in scena di Brünnhilde e Siegfried nella seconda parte del Prologo di Götterdämmerung.


Le opinioni in proposito sono discordanti: per alcuni si tratterebbe di alcune settimane, o alcuni mesi; qualcuno pensa addirittura un anno. Altri (e io concordo con questa opinione) immaginano che l’uscita di Siegfried e Brünnhilde “dalla stanza scavata nella roccia” avvenga il mattino seguente al loro primo incontro: i due, in sostanza, si incontrano (e Siegfried bacia Brünnhilde risvegliandola) sotto il sereno azzurro cielo del giorno (come dice la didascalia wagneriana all’inizio della III scena del III atto del Siegfried), trascorrono la giornata e la notte conoscendosi e amandosi, e compaiono in scena (nel Prologo di Götterdämmerung) con la successiva aurora nascente, vale a dire poche ore dopo. Après l’amour, insomma.

Wagner, che sembra essere generalmente piuttosto preciso, in questo caso è estremamente reticente sulla scansione temporale degli eventi, il che ci lascia la meravigliosa libertà di congetturare. Il piacere delle supposizioni (e persino delle fantasticherie) sugli aspetti che l’autore ha lasciato in ombra, in questo caso, tuttavia, a ben vedere ruota intorno a un punto niente affatto marginale: quanto tempo Brünnhilde e Siegfried trascorrono insieme prima che l’eroe, con Spada e Tarnhelm, salga in groppa a Grane, caval donato, lasci in dono a sua volta l’Anello alla donna, e parta per nuove avventure?

Se infatti cercassimo di fondare la risposta su principi di verosimiglianza e di ragionevolezza, dovremmo senz’altro dar ragione a chi ritiene che i due, prima di separarsi, almeno un po’ di tempo insieme lo dovrebbero aver trascorso. Che racconto sarebbe, infatti, quello in cui l’eroe raggiunge la bella addormentata dopo mille peripezie (un nano maligno, un drago feroce, due omicidi, un uccellino della foresta, spezzare la Lancia del Signore degli dèi, scalare la rupe, varcare la barriera di fuoco magico), i due scoprono insieme la passione amorosa superando paure ancestrali, si amano, e dopo un paio d’ore si lasciano, perché lui “deve fare l’eroe” e quindi se ne va? Sarebbe un racconto sconclusionato, e illogico.

D’altra parte quello che accade dopo non ha certo i contrassegni della verosimiglianza: il filtro dell’oblio e il relativo antidoto; la subitanea passione di Siegfried per Gutrune, la conquista di Brünnhilde per interposto Tarnhelm; l’Anello che passa di mano inspiegabilmente; Brünnhilde, troppo facilmente tratta in inganno, che diviene complice dell’assassinio di Siegfried, salvo poi - illuminata - comprendere tutto e immolarsi sulla pira; il braccio di un cadavere che si leva minaccioso. Tutto ciò oscilla tra la fiaba (inverosimile e narrativamente fragile, nel modo in cui tutte le fiabe devono essere), e la leggenda, in una cornice da melodramma vero e proprio, con tanto di terzetto dei cospiratori: una combinazione di ingredienti (e di registri) che rischierebbe di trasformarsi in intruglio, se non fosse considerata nel contesto del dramma quadripartito. Quello che in via generale parrebbe logico, dunque, in un contesto del genere sarebbe incongruo: se, poniamo, Brünnhilde e Siegfried avessero trascorso insieme un annetto di luna di miele, o anche solo un mese, il loro livello di intimità e di fiducia reciproca avrebbe solo potuto crescere: questo certo non avrebbe evitato che attraverso l’oblio indotto dal filtro ingannatore Siegfried dimenticasse del tutto Brünnhilde, ma probabilmente avrebbe reso Brünnhilde più resistente e cauta nel sospetto verso Siegfried. Viceversa, in un contesto in cui tutto accade tumultuosamente, senza spazio per la riflessione, secondo una sorta di predestinazione alla quale nessuno (nemmeno Wotan!) può porre rimedio, e i personaggi - pur animati da intense passioni tutte umane - agiscono quasi automaticamente, ciascuno verso il proprio destino, tutti verso la comune catastrofe rigenerante: in un contesto del genere il sottintendere il tempo perché si formasse una certa consuetudine intima e familiare tra Brünnhilde e Siegfried sarebbe stato, questo si, incongruo.

Se questi argomenti hanno pregio, ne consegue che nulla vieta (anzi!) di pensare che l’uscita della coppia dalla stanza scavata nella roccia si verifichi al levar del sole della giornata che segue il loro primo incontro.

Dunque possiamo proseguire la scansione temporale in perfetta continuità: i due si incontrano il mercoledì, si svegliano il giovedì mattina, e…


Götterdämmerung atto I, scene I e II

GIOVEDÌ, INTERA GIORNATA

il viaggio di Siegfried lungo il Reno, l’incontro coi Gibicunghi


Götterdämmerung atto I, scena III

Götterdämmerung atto II, scena I

GIOVEDÌ SERA

NOTTE TRA GIOVEDÌ E VENERDÌ

[azione: Waltraute e Brünnhilde. Siegfried (Gunther) e Brünnhilde. Hagen e Alberich]

Indicazione alla fine della III scena del I atto, alla fine dell’incontro tra Waltraute e Brünnhilde e appena prima che entri in scena Siegfried nelle sembianze di Gunther: S’è fatta sera

Indicazione all’inizio della scena I dell’atto II: È notte


Götterdämmerung atto II, scene II- IV

Götterdämmerung atto III

ALBA DEL VENERDÌ

GIORNATA DEL VENERDÌ

NOTTE TRA VENERDÌ E SABATO

[azione: L’intreccio finale e l’epilogo]

Götterdämmerung atto II, scena II, III, IV

Indicazione all’inizio della scena II: Il Reno si colorisce sempre più fortemente delle vampe dell’aurora

Götterdämmerung atto III, scena II

Indicazione verso la fine della scena II, dopo l’uccisione di Siegfried: il crepuscolo, che è già iniziato a scendere

Götterdämmerung atto III, scena III

Indicazione alla fine della scena II: La luna rompe tra le nubi e illumina con luce sempre più viva il corteo funebre

Indicazione all’inizio della scena III: È notte. Luce di luna a specchio sul Reno.


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