Un’amica sconosciuta



Una ventina di giorni fa, nel pomeriggio, mi trovavo in un luogo che per chi ama l’alma musica è denso di suggestioni: la Sala Mozart dell’Accademia Filarmonica di Bologna.

Vi si legge, su una parete laterale, una grande iscrizione:

Quella sala si trova nel Palazzo Carrati, dimora cinquecentesca nella quale Vincenzo Maria Carrati nel 1666 fondò l’Accademia Filarmonica di Bologna: una delle più antiche e prestigiose istituzioni musicali d’Europa, e dunque del mondo intero. Per secoli vi si sono esibiti grandi musicisti, e alcuni vi sostennero un severo esame per potersi fregiare del titolo di “Accademico Filarmonico”. Mozart in quella sala sostenne la sua prova, e ricevette “nome di socio e saluto di Maestro”, il 9 ottobre del 1770: aveva quattordici anni.

Me ne stavo seduto, in quella sala: il pubblico non era ancora entrato. Pochi minuti dopo avrei dovuto tenere una lezione, proprio lì. Se si accetta che l’età della ragione inizia intorno ai sette anni, io dovrei averla raggiunta da quasi sessanta: di questi, più di quaranta li ho trascorsi facendo il lavoro che avrei dovuto svolgere quel pomeriggio in Sala Mozart. Tuttavia solo da qualche anno mi sono accorto che riesco un po’ più di prima a governare la trepidazione del parlare in pubblico: migliaia e migliaia di lezioni tenute in Conservatorio, molte centinaia di lezioni pubbliche, tutto ciò a qualcosa è servito. Ciononostante, nei giorni precedenti a quell’appuntamento bolognese, il mio primo in quella sala, avvertii una preoccupazione prossima al disagio: parlare in quell’Accademia, in quella sala, mi dava pensiero.

Arrivai, come faccio di solito, con buon anticipo. La gentile collaboratrice dell’Accademia sistemò l’impianto che avrei utilizzato, e si congedò: così io rimasi solo in quella sala vuota. Guardai per l’ennesima volta quell’iscrizione, per l’ennesima volta sussultando di emozione, e passeggiai un poco. 

Poi sedetti su una delle poltrone, e nella stessa fila di posti scorsi il cappellino che si vede nella fotografia, in bilico sulla seduta ripiegata. Quell’oggetto inanimato mi parve avere vita: il copricapo era adagiato sul bordo della seduta, elegantemente in sospeso, come se vi fosse appena stato appoggiato, e tuttavia pareva ben sicuro di non cadere, sostenuto dalla sua lieve e un po’ trascurata grazia, e dall’armonia cromatica che il suo blu oltremare ed il beige della fascia creavano col velluto consumato color tortora della poltrona.

Sorrisi, e svanì del tutto la mia agitazione. Mi sentivo a casa: mi sentivo parte delle emozioni che in quella sala da secoli l’alma musica desta in chi vi prende posto, e immaginavo di avere molto in comune con la gentile signora che aveva sbadatamente dimenticato lì quel cappellino. Sapevo che quella signora mi avrebbe accolto e ascoltato.