Talvolta accade che una esecuzione musicale susciti in noi la sensazione di esser di fronte ad una grande interpretazione, o addirittura che la grandezza dell’interpretazione sia all’altezza del pensiero musicale di chi concepì l’opera. Non è un’esperienza frequente, come è facile immaginare. Il più delle volte percepiamo questa elevatezza senza poterne definire i confini in termini precisi: il flusso dell’ascolto musicale ci lascia questa sensazione, e non abbiamo bisogno di altro. Qualche volta invece accade di imbattersi in particolari la cui luce s’irradia immediatamente: autentici, puri diamanti. A me è accaduto stamattina. Stavo ascoltando un’esecuzione, in preparazione di due lezioni pubbliche durante le quali, il 15 ed il 22 dicembre, mi occuperò della Messa in si minore BWV 232 di Johann Sebastian Bach. L’esecuzione in questione fu registrata nella Cappella reale di Versailles nel 2023: English Baroque Soloists e Monteverdi Choir diretti da John Eliot Gardiner.
Quando ascolto Gardiner e lo vedo dirigere, devo confessarlo, ho un favorevole pregiudizio. Ho iniziato ad ammirarlo come interprete del ‘6/’700, poi di Mozart, di Beethoven, della Sinfonia fantastica e di altri lavori di Berlioz, e poi – via via – di Mendelssohn, di Schumann e di Brahms, di Verdi e di Stravinskij. La sua Carmen registrata all’Opéra Comique è tra le migliori che io abbia ascoltato. Musicista straordinario, intellettuale colto, uomo profondo.
Un così spiccato pregiudizio positivo potrebbe condizionare l’ascolto, orientandolo ad una convinta ma generica benevolenza, che non sempre invoglia alla ricerca ed al gusto del dettaglio. Ma l’ascolto della Messa in si minore diretta da Gardiner, stamattina, in un certo preciso momento mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta, col cuore e l’animo in tumulto: ecco – mi sono detto – un dettaglio di luce preziosa, che illumina un’esecuzione già superba. Eccolo, nel filmato, a una decina di secondi dall’inizio: dopo lo squillante “Gloria in excelsis Deo”, l’attacco dello “et in terra pax”. Gardiner è sempre attentissimo all’articolazione verbale, quale che sia la lingua del canto: egli insegna che non ci può essere pronuncia che non abbia un senso, e così deve (o dovrebbe…) essere nei testi cantati, nel Requiem tedesco di Brahms come in Monteverdi, nei Mottetti e nelle Cantate di Bach come in Carmen, nel teatro di Mozart come in Händel. La pronuncia dei cantanti e dei cori diretti da Gardiner è, insieme, sensuale e profonda, consapevole del suono e del senso: così si schiudono all’ascolto dettagli ignorati o insospettati.
Così accade in quello “et in terra pax” della Messa di Bach. Si osservi il gesto di Gardiner, e si ascolti la conseguente resa musicale, dapprima all’approcciarsi e poi nella pronuncia della parola “pax”: il modo di cantare quel monosillabo ti apre il cuore. Non c’è alcun compiacimento: quella luce preziosa è riservata solo alla prima apparizione della parola. Nell’ordinarium missae questo è l’unico punto in cui il termine è, appunto, un monosillabo (nell’Agnus Dei è “pacem”), e dunque tutta la forza avvolgente dell’anelito e dell’auspicio di pace è appoggiata solo sulla “a” di “pax”, una vocale pienamente aperta, che i cantanti appoggiano spontaneamente ad un buon fuoco vocale, al corretto posizionamento in maschera, con il risultato di una risonanza naturale. Una vocale “umana”, nel canto spesso più artificioso della musica dei compositori. Per questa ragione Gardiner, dopo il “Gloria in excelsis deo”, quella vocale di pace la vuole far sentire così: morbida, appoggiata, quasi trepidante ed esitante. Un istante che ci avvolge nell’incanto, e ci fa intravvedere la pace, più che come approdo possibile, come meta per ciascuno di noi.